Lunedì, 20 Febbraio 2012 08:21

Settimo: l’epopea di una fabbrica

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MILANO- Chi siamo? Da dove veniamo? Ma soprattutto, dove stiamo andando? Sono domande esistenziali che prima o poi ognuno di noi si pone. Ma sono anche domande che andrebbero correlate ad un tema, quello del lavoro, molto dibattuto.



Un tema che negli ultimi mesi è divenuto ancor più incandescente “grazie” ad alcune dichiarazioni governative dallo scarso sapore tecnico e dal forte retrogusto di chiacchiera da bar. Ed è proprio a questo tema che è dedicato Settimo. La fabbrica e il lavoro, uno spettacolo andato in scena al Piccolo Teatro Studio di Milano e frutto della collaborazione tra il teatro fondato da Strehler e la Fondazione Pirelli.
In un momento in cui il sistema produttivo deve fare i conti con una crescita difficile e uno sviluppo non rinviabileSettimo-Foto1scrive Sergio Escobar, direttore del Piccolo “il teatro (con Settimo, ndr) mette al centro della sua ricerca il valore del lavoro, del fare e non solo del mediare astratto della finanza”. Insomma l’idea è quella di tornare ad un certo teatro sociale, capace di raccontare al grande pubblico l’oggi. Tale racconto avviene attraverso la storia di una fabbrica e le storie personali che in essa si intrecciano. Convitato di pietra dello spettacolo è la tanto invocata (e spesso trascurata) economia reale, ossia quell’economia che affonda le sue radici nel fare e quindi nella fabbrica. Ma la fabbrica per resistere ad una sempre più agguerrita concorrenza globale deve essere in grado di evolversi, imparando a guardare al futuro in modo innovativo, senza farsi ammaliare dalle sirene della finanza. Ed è proprio dalla fabbrica e da chi la popola che la regista Serena Sinigaglia parte nell’allestire lo spettacolo, dedicato alla trasformazione dello storico Polo industriale Pirelli di Settimo Torinese in un nuovo e avveniristico stabilimento.

Punto di partenza della storia? Le 2.000 pagine di interviste che Roberta Garruccio, una ricercatrice del dipartimento di Scienze della Storia e della Documentazione Storica dell’Università di Milano, ha raccolto tra operai, Settimo-Foto3tecnici e ingegneri del Polo. Da queste parole Sinigaglia ha saputo ricavare un corpus unico, che le ha consentito di allestire una messa in scena di forte impatto. Per farlo la regista si è avvalsa di due personaggi-guida: un giovane (un fin troppo stereotipato Ivan Alovisio) in cerca di lavoro e un’ anziana impiegata dello stabilimento Pirelli di Settimo (una bravissima Beatrice Schiros). Sarà proprio lei, una sorta di Virgilio post-moderno, a condurre il giovane in visita ai cinque reparti della fabbrica dove inizia e termina il ciclo di produzione degli pneumatici. Ed è proprio attraverso questo percorso guidato che il giovane ha l’opportunità di conoscere gli operai di ogni reparto (un gruppo di 8 fantastici attori) che, nelle pause, gli raccontano il passaggio dal vecchio stabilimento al nuovo polo industriale progettato dall’ archistar Renzo Piano, dove i processi produttivi si affrancano dallo storico modello fordista.
Emerge così come, nel corso degli anni, le nuove tecnologie abbiano migliorato le condizioni lavorative dell’operaio, ma anche una certa nostalgia per le lotte sindacali di un tempo, relegate ormai all’album dei ricordi (con le relative conseguenze in termini di perdita di potere contrattuale). Ma Settimo si spinge oltre, racconta anche di come sono cambiati gli operai nel corso degli anni: da meridionali con la licenza media a extracomunitari poeti. Ma non Settimo-Foto4cambiano solo gli operai, cambiano anche le loro aspettative per i figli, che “vista l’attuale situazione economica, magari venissero a lavorare in questa fabbrica”, cosa che evidenzia quanto l’ascensore sociale italiano rischi di rallentare ulteriormente. Insomma, quando gli operai prendono confidenza con il giovane, si aprono, regalando il loro punto di vista sulla crisi, che morde e impone, anche a Settimo, il licenziamento di amici, operai come loro; sulla globalizzazione e il pericolo costante della delocalizzazione; sulla finanza speculativa, nemica dell’economia reale e “protagonista” di un gustoso siparietto con gli operai in versione british, con tanto di cravatta e bombetta.

Sullo sfondo, la particolare e duttile scenografia di Maria Spazzi, capace di adattarsi perfettamente al variare della narrazione e impreziosita dalle luci di Alessandro Verazzi.
Insomma uno spettacolo ben costruito, piacevole da seguire (nonostante le inevitabili riflessioni che induce nello spettatore, N.d.R.), capace di dare una risposta, per niente consolatoria, alle domande di apertura di questo articolo, che ha l’indubbio pregio di non essere agiografico nei confronti della Pirelli che ha finanziato la produzione e che sottolinea come il lavoro, non solo sia l’unica ricetta per uscire dal tunnel della crisi, ma sia anche fondamentale per la dignità dell’uomo.

Christian Auricchio

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