Martedì, 14 Dicembre 2010 21:54

Le malade immaginaire

Scritto da Gabriella Radano
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ROMA- Il malato immaginario ci accoglie nel mezzo della scena grande e grosso seduto sulla sua poltrona. È tutto solo e sta spulciando una lunga lista di conti medici. Nello specifico si tratta del pagamento di uno svariato numero di clisteri ma anche altri unguenti, e purghe, per esempio.

Il malato immaginario ha una giovane moglie molto bella che ovviamente non lo ama, ma che millanta una smisurata tenerezza e puro disinteresse su un eventuale testamento a suo beneficio da parte dell’anziano marito.
Il malato immaginario ha una figlia che lo ama (anzi due, ma l’altra è molto piccola e non ha DSC_2831_milani-bonacelli-simoni_mediumparticolare rilevanza scenica) e una serva che tenta a suo modo di proteggere il padre e la figlia.
Il malato immaginario ha anche un fratello che con la complicità della serva l’aiuterà a ‘ritrovare il senno’.

Le malade immaginaire è l’ultimo capolavoro scritto dal commediografo francese Molière nel 1673, da lui stesso interpretato poche ore prima di morire, il 17 febbraio 1673, per questo, ancora oggi , Il malato immaginario è un testo che rimane circonfuso da un alone di “sacralità teatrale”, con il quale si sono misurati registi e attori importanti. Forse uno dei capolavori di Molière accanto al Tartufo e al Misantropo. Una commedia che rivela una straordinaria ricchezza: è una farsa all’antica colma di eccellenti spunti comici da cui trapela allo stesso tempo la visione del mondo disillusa e disincantata di un Molière che aveva smarrito, al termine della sua esistenza, la fiducia in se stesso e nei suoi simili.
L’opera, in scena al Teatro Quirino di Roma fino al 19 dicembre annovera tra gli interpreti Paolo Bonacelli, nei panni del protagonista Argante, Patrizia Milani (Tonietta, la serva) e Carlo Simoni (Beraldo, il fratello di Argante).
Ma chi è davvero questo finto degente? Una figura che rappresenta lo stereotipo dell’ipocondriaco, colui che, solo e in preda all’ansia da malattie inesistenti, che cerca ausilio e conforto negli altri (soprattutto medici) e nei farmaci. Ma la sua è una solitudine esistenziale, interiore, che prescinde la “compagnia” fisica di familiari e conoscenti. Come si evince dal titolo, in realtà, non è malato, ma ricerca in se stesso ogni forma di patologia quasi a voler giustificare il “mal di vivere”.

DSC_3616_bonacelli_la_compagnia_mediumDivisa in tre atti e inframezzata da stacchi musicali, la commedia passa dall’ironia, tipica della farsa più accentuata, all’amarezza provocata dalla riflessione sulla condizione dell’uomo. La sfiducia nei confronti del prossimo e la critica della società contemporanea permeano, infatti, le note di quest’opera di Molière, che non manca di innescare spunti creativi di grande comicità.
Lo scontro tra due forze opposte è, secondo il regista, il tema interpretativo dell’ultimo grande capolavoro del commediografo francese: “da un lato la formidabile struttura comica, con la sua perfetta efficacia e il ritmo forsennato, dall’altro la particolare percezione del testo, insanguinato dalla morte di Molière quasi in scena e quindi riletto alla luce della sua biografia.”
Argante è un uomo buono, generoso e innamorato, circondato da un assortimento di pazzi.” afferma Paolo Bonacelli, che torna ad interpretare Il malato immaginario per lo Stabile di Bolzano, dopo essere stato protagonista venticinque anni fa dell’edizione diretta da Mario Missiroli. “Un uomo solo, non a causa della sua malattia, ma che soffre di una solitudine esistenziale e questa sua caratteristica rivela il tratto autobiografico della commedia di Molière.
Tra purghe e intrugli medicamentosi, preparati appositamente per il protagonista, le vicissitudini familiari giungeranno a un epilogo inaspettato. Come ogni commedia degna di questo nome, il lieto fine infatti è dietro le quinte…

Gabriella Radano

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