Mercoledì, 02 Dicembre 2009 11:53

Folkstudio: una sedia rossa all’Auditorium

Scritto da Emiliana Pistillo
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[MUSICA]

folkstudio_auditoriumROMA- C’era un tempo in cui il web e le grandi manifestazioni musicali erano lontane. C’era però un locale, a Trastevere, che nella sua intimità dava un altro sapore alla musica e che è stata la culla di quel cantautorato italiano di qualità. Era il Folkstudio.

A creare tutto fu Giancarlo Cesaroni, scomparso 10 anni fa, che si è portato via anche il senso del Folk Studio. Ma non l’anima. A ricordarli, all’Auditorium, una staffetta di vecchi amici.
Non sempre le serate “In ricordo di…” riescono a far percepire veramente come stavano le cose. Di solito ci si riduce ad una blanda nostalgia in cui ci si crogiola chi certe cose le ha vissute, mentre chi non c’era guarda il tutto con occhi diffidenti, se non con distacco.
Una notte al Folk Studio – Omaggio a Giancarlo Cesaroni, invece, dobbiamo ammettere che è riuscita effettivamente a far rivivere quei momenti. Complici i numerosi filmati delle Teche Rai che, nel corso della serata, hanno mostrato il lato rustico (e alcolico) dello storico locale. Ma anche il documentario “Archivio Folkstudio”, un audiovisivo realizzato dall’ICBSA in occasione della presentazione, quattro anni fa, dell’Archivio Folkstudio. Nel 2002, infatti, la ex-Discoteca di Stato ha ricevuto in donazione dall’Associazione Folkstudio 88 tutto il materiale documentario in possesso dell’associazione, relativo all’attività del locale nei suoi 38 anni di vita: fine ultimo era consentire la creazione di un fondo documentario e renderne possibile la consultazione pubblica da parte di studiosi e di semplici appassionati.
Non è stato troppo d’aiuto ai nuovi conoscitori del Folkstudio, invece,  il “Virtual Folkstudio”, realizzato da Dario Massari, che ha fatto da sfondo all’evento: una riproduzione di quello che era il locale su Second Life – in cui girano tipi virtuali che all’improvviso si dimenano come spastici –, non trasmetteva altro che la freddezza della rete e le scarse capacità di chi pilotava la visione dal computer (i 15 minuti di virtual-piccioni fuori la porta del virtual-locale ce li saremmo risparmiati volentieri…).
Meno male che c’era la sedia rossa, quella originale. Quella su cui sono passate almeno tre generazioni di musicisti e su cui questi si abbandonavano, stanchi di un’Italia così diversa dai sogni di riscatto che tutti rincorrevano, per trovare uno spazio ed esibirsi in libertà. Una sedia dove incontrare, rifugiarsi, confrontarsi. Ma soprattutto dove divertirsi.
Ecco perché ce ne parlano tutti con un sorriso.

A partire dal co-fondatore Harold Bradley che ci racconta gli inizi di quel “pezzo di cioccolato al marini_bradleylatte” che dagli Usa era venuto solo per studiare l’arte e che, poi, si era ritrovato a suonare e amare profondamente la musica. “Erano tempi duri per il jazz ma erano tempi bellissimi per il folk”. Il pubblico, un po’ arrugginito dalla comodità delle poltrone, non può che sorridere con quest’artista che propone vivaci canzonette a cappella come “Down by the Riverside” e una particolare versione inglese di “Se sei felice”.
Una rapida presenza sul palco dell’Auditorium la fa anche Antonello Venditti, giusto in tempo per dichiarare un falso storico: al contrario di come si vedeva su  Second Life, al Folkstudio non c’erano amplificatori né microfoni. E, dopo un salto nel passato con “Sora Rosa”, lascia il passo alla grande Giovanna Marini. Dalle sue parole scopriamo la libertà del Folkstudio: “Era utilissimo. Uno veniva lì, suonava quello che voleva con assoluta libertà e poi c’era Cesaroni che diceva sempre «Potevi fare meglio». Mi ha aiutato tantissimo”. Non  perde l’occasione per regalarci un frammento del “suo” Folkstudio: “Ricordo di Pavese”, scritta da Mario Cogliotti sulle lettere che gli inviava lo scrittore dal confino. Frizzante e morbida, come sempre, si siede nella poltrona che è sul palco, non prima di “Lamento per la morte di Paolini” e un intimo e simpatico accenno di Corrado Sannucci.
p.pietrangeliSegue l’altra grande roccia della storia musicale italiana, Paolo Pietrangeli, accompagnato da Rita Marcotulli al pianoforte. E ci si rende conto che comincia a sentirsi l’età di questi storici cantautori, o che l’ingegno non finisce mai, che dimenticano le parole, o fanno finta, per far nascere qualche sorriso in una sera così nostalgica.
Locasciulli padre e figlio (Mimmo e Matteo), pianoforte e contrabbasso, dimostrano a pieno la classe di famiglia con un brano, “Benvenuta” (dall’ultimo album, Idra). Maestoso, intenso. Si finisce, poi, ricordando il primo album prodotto dal Folkstudio, FK5001.
Sul palco della storica sedia rossa avevano mosso i primi passi anche il famoso Trio di Roma – Enzo Pietropaoli, Roberto Gatto e Danilo Reapietropaoli_rea_minieriche ci ripropongono quel jazz di un tempo (lo stesso di ora) con una “You’ve got a friend” che riempie ogni senso e riesce a lasciare il pubblico con un buco nel cuore.
Non poteva mancare il sarcasmo dissacrante e l’ironia non troppo velata di Ernesto Bassignano – che, tra l’altro, sfoggia la chitarra “fregata” a De Gregori sette anni fa -, lo stalinista del gruppo, quello che ai tempi andava a raccogliere i musicisti, attaccati a flipper e birre nel baretto accanto, per portarli dentro a suonare. Ripesca il suo repertorio anni ’70, e allora come far mancare la versione che Luigi Tenco aveva fatto del pezzo di Boris Vian, “Padroni della Terra”?
Otello Profazio, tra i cantanti dialettali più importanti del meridione, porta tutta un’altra aria in sala:  allegria e risate con “Guvernu Talianu” – che secondo il calabrese è la canzone che “segna il passaggio da Padoa Schioppa a Giulio Tremonti” – ma anche trasparenza e lucidità senza confini con “Qua si campa d’aria”, direttamente dal 1974.
Mai stato allo storico locale, ma a rappresentare Matteo Salvatore – che ha accompagnato negli ultimi anni – Vinicio Capossela canta l’autentica poesia di “Il lamento dei mendicanti” (italianizzata) e, con disarmante delicatezza, “La notte è bella”. Un’associazione di arte e maestria da brivido.
Ricordando la musica brasiliana, africana, irlandese, spunta il Folkstudio Giovani e un’artista e.triccaitaliana prestata all’estero, Emma Tricca.
Poi c’è il gran finale. Tra la dolcezza dei tasti di Rea e della Marcotulli, il soffio leggero di Gatto, la passione nelle pizzicate di Pietropaoli e la grazia della chitarra di Pasquale Minieri (che torna ad esibirsi dopo anni di assenza dai palchi), nasce “L’orso”. Pezzo scritto per l’occasione da Minieri, sui versi di Pietro Brega. A dare voce al pezzo, dedicato a Giancarlo Cesaroni, sono Raiz e lo stesso Brega.
Quasi all’ultimo minuto si svela anche il grande mistero di cui si vocifera dall’inizio della serata: Bob Dylan sì, Bob Dylan no? Ebbene sì, Bob Dylan è stato al Folkstudio, quando in Italia si conosceva solo qualche canzone. E a quanto pare non è stato trattato nemmeno troppo bene.
Quelli che rimangono sul palco salutano con un “Irene Goodnight”. Tipica chiusura alla Folkstudio style…

Emiliana Pistillo

Letto 1583 volte Ultima modifica il Mercoledì, 02 Dicembre 2009 12:06

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