Sabato, 14 Luglio 2012 22:41

L’isola di Arturo

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[TEATRO]
zoom 7871ROMA- Una vita come un’isola, separata da quanto le è intorno, fatta di segreti che riposano sul fondo. Un legame unico con la propria terra – una Procida immersa tra fiaba e leggenda – dove riscoprirsi parte di un tutto prima ancora che come individuo.

Questa era l’adolescenza di Arturo raccontata da Elsa Morante nella sua opera più compiuta, portata in scena il 28 giugno al Teatro Belli di Roma all’interno della XIX rassegna di teatro omosessuale Garofano Verde.
Già, perché in questo romanzo di formazione l’aspetto dell’omosessualità è forte, seppure implicito, vissuto dal protagonista solo attraverso terzi. Lui, piccolo orfano col nome di una stella e del re di Camelot, da sempre cresciuto in un ambiente di sole presenze maschili e nel mito del padre, proprio con questo padre dovrà fare i conti.
Un uomo che non c’è mai, e quando c’è non è lì per lui. Un uomo che si risposa per dargli una matrigna, sebbene ami un altro uomo. Finché il trittico si ricompone per farsi assenza, con la scomparsa della strana coppia di amanti, lasciando la giovane sposa preda di quel figlioccio già grande, innamorato di lei seppur cresciuto nel più misogino dei contesti. Quello stesso Arturo che, sconfitto dagli eventi, dovrà arrendersi, partire anch’egli e dimenticare. Quello che tu credevi un piccolo punto sulla terra, / fu tutto. / E non sarà mai rubato quest'unico tesoro / ai tuoi gelosi occhi dormienti. / Il tuo primo amore non sarà mai violato.
A guidarci tra le pagine di questa storia, la voce pacata di Iaia Forte, brava quando delinea ambienti e personaggi, bravissima quando li mima e li imita. Una sfida per lei e per il pubblico, chiamato a immaginare scenari lontani di una natura persa, dove il suono delle onde si mescola con le musiche scelte, le parole si fanno eco, le speranze drammatiche certezze. Il tutto si compie infatti all’insegna della malinconia, seppur proiettato verso un finale aperto, giungendo alle conseguenze amare che la scrittrice triste pose, in pochi versi, ad apertura del romanzo: L'insegna paurosa non varcherà mai la soglia / di quella isoletta celeste. / E tu non saprai la legge / ch'io, come tanti, imparo, / - e a me ha spezzato il cuore: / fuori del limbo non v'è eliso.

Matteo Mastrogiacomo


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