Martedì, 17 Gennaio 2012 10:06

Le sei facce della colpa

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[TEATRO]

il cubo nero1ROMA- Il cubo nero della colpa, in scena al Teatro di Documenti dal 17 al 18 dicembre 2011 - pensato e creato dal drammaturgo argentino Daniel Fermani e da Laura Sales, regista, arteterapista e direttore artistico de La casa de Asterion, centro italo-argentino per la ricerca e formazione teatrale – trova origine  negli anni terribili della dittatura militare in Argentina (1976-1983), ma, per dirla con le parole degli autori, “i crimini commessi quotidianamente dall’uomo in nome di un Potere avvengono su un territorio che non ha confini netti, ma si allarga a macchia d’olio sulla superficie della terra, colpendo una volta più a sud un’altra più ad est…”.



Ring teatrale per un uomo solo, bendato, alle corde (fisiche e mentali), in ginocchio (davanti alle proprie azioni) per contrappasso eterno, nudo nella propria miseria, circondato e avvinto da sei anime candide e al contempo nere, donne che son Erinni e angeli, coro di Troiane, figure demoniache, la memoria eterea e tangibileil cubo nero2 dei crimini che l'umanità riesce a commettere in nome (e per mezzo) della già succitata vertigine del potere.
E allora metterlo alle strette quest'uomo senza umanità, colui che come ogni boia che si rispetti ha agito semplicemente per eseguire gli ordini, e che, una volta presa coscienza della gravità dei misfatti compiuti, agonizza interiormente, vinto da un insopprimibile senso di colpa. Per poi languidamente farsi capro espiatorio di sé stesso, passare per le forche caudine della propria mente e infine purificarsi.
Il peso grave della parola, il suo dipanarsi in forma di coro, il tramite più potente e meno superficiale per poter innescare qualsivoglia operazione di scavo interiore e di recupero di quel che è stato (sepolto dal tempo). Forza maieutica indistruttibile fin dalla tragedia greca che qui permane come assetto basilare, lamentazione carica di rimorsi di quel che non si è saputo/potuto/voluto fare e che ora si può recuperare per mezzo del Tempo, giudice e prestigiatore, in forma taumaturgica e liturgica, ancora una volta alla ricerca della catarsi liberatoria e definitiva.
S'apprezza in questo cubo nero l'impegno civile, il valore testimoniale, la lotta contro i sotterfugi dittatoriali della “bandiera della necessità”, la volontà di far conoscere (o far persistere in memoria) una storia tanto sanguinosa quanto sempre troppo sotterrata come quella dei desaparecidos e, per altri aspetti, s'avverte con veemenza nella cura della messa in scena quell'emergenza mai doma che coincide con la necessità d'esercitarsi, provarsi, cimentarsi, logorarsi nella rappresentazione, amplificando voci che lottano contro e oltre le pareti invisibili dell'oblio, nella speranza d'una ulteriore palingenesi. Voci che reclamano giustizia.

Salvatore Insana
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