Domenica, 02 Gennaio 2011 23:02

Rezza Antologia al Teatro Vascello

Scritto da Francesca Paolini, Alice Salvagni
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[TEATRO]

antonio-rezzaROMA- Dal 7 Dicembre fino al 2 Gennaio il duo artistico Rezza-Mastrella torna a “casa” nelle cornice del Teatro Vascello di Roma con la serie di spettacoli di Antologica, riproponendo alcuni dei loro più apprezzati lavori.



Io, Rezza e basta

rezzaSecondo appuntamento con Antonio Rezza e Flavia Mastrella con Io, spettacolo geniale del 1998.
Questa volta i teli lasciano la scena a sculture di tessuto più dinamiche e colorate con forme decisamente più complesse, in cui prevale il cerchio, ricami di pizzo, innesti di materiali diversi.
L’opera della Mastrella è sul palco per accogliere il performer, trasformarlo e deturparlo in una miriade di personaggi impossibili e geniali in modo malato.
Tra loro, Io è quello che torna a più riprese piombando frenetico da dietro le quinte, legando i diversi momenti dello spettacolo fatto di brandelli incomunicabili. Io è figlio di Noi di cui ci viene narrato il primo rapporto completo, quello in cui alla fine si strilla tutt’e due. Io è Narciso, si impone urlando “Io Io!”, ha solo un se stesso come amico e te stesso come nemico.
Apparentemente sconclusionato, il suo discorso esprime un concetto ben preciso: la morte è inevitabile ed è inutile affannarsi a vivere. Io sente il puzzo della morte nei vivi ancora in vita, Io odia gli abbracci, se vede i bambini si incazza. Io odia chi si sbatte tanto per farcela. Io era già stato nella mangiatoia, ma non ha detto nulla.

Un po’ di personaggi: due genitori che vorrebbero un bel figlio moretto alto per non essere scavalcato in società; una radiologa che fa lastre sui cappotti; una partita di calcio tra giocatori Beppe e palline sputate al pubblico. Un uomo che piega “lenzola”, che le ama e si accoppia con loro, ma poi, con tutto il suo seme, dopo un anno sente il peso del passato e decide di partire per la galassia.
Un alto uomo invece si fa la doccia canticchiando completamente nudo e si strofina ovunque per poi elargire carezze alle prime file. Il tutto dopo alcune scene, così che gli ignari spettatori hanno dimenticato dove ha rovistato quella mano… E ogni tanto spunta anche un Sandro Mazzola con i baffi.
Stavolta il rapporto col pubblico, cioè gli improperi distribuiti a chiunque si azzardi a dire o fare qualcosa di notabile, è un più ridimensionato e si limita a qualche pallina sputata e alle già menzionate carezze post-sfregamento delle zone erogene dell’attore.
Stavolta l’attenzione è concentrata sulla performance, sul folletto che si dimena in ogni scultura di Flavia Mastrella e in quel mondo fantasmagorico che la sua fantasia visionaria sa creare.
Stavolta le scene sono estremamente atomizzate e trovano nel loro esprimersi il senso iniziale e finale del loro perché: è fantasia pura che fugge l’accostamento con il sempiterno assurdo significato.
Stavolta è solo Io.

Francesca Paolini



Pitecus: facce contorte

Antonio20Rezza20pitecusI personaggi di Antonio Rezza sono brutti, è inutile negarlo. In particolare, quelli di Pitecus sono smorfie, facce contorte in spasmi e costretti in cavità anguste e spigolose: la vita li respinge relegandoli in una fessura interstiziale della realtà.
Impossibile rielaborarli in una trama, piuttosto le scene si giustappongono in momenti assurdi e grotteschi tutti animati da esseri cattivelli e tristi, insoddisfatti perenni.

Egidio aspetta con ansia una visita dagli amici, salvo poi respingerli quando finalmente arrivano, nemmeno tanto convinti del gesto amicale vista la fretta con cui se la battono. Le sorellastre di Cenerentola si pigliano una meritata rivincita al ballo del Principe svogliato con un guardaroba di scarpe ardito, che parte da un 95 abbondante tanto per essere sicuri che la scarpetta si perda al primo passo danzante. Due genitori provano tutte le droghe possibili senza farsi sorprendere dal temuto figliolo tutto d’un pezzo e Giovanna d’Arco ripassa le lezioni per evitare il rogo, ma la riduzione dei programmi scolastici le si rivela fatale.
La maggior parte dei protagonisti è insofferente all’azione senza voglia di fare alcunchè, rinunciando persino a vivere e riducendosi a larve umane. Questo è probabilmente il punto centrale dell’opera, volendo azzardare un avvicinamento alla mente dell’autore (che, potendo, sicuramente ci smentirebbe).

Pitecus è l’archetipo, l’uomo primigenio, il modello dell’essere (dis)umano attuale a cui, in definitiva,pitecus2 non frega niente di niente. A questo riportano anche le continue provocazioni lanciate al pubblico, offeso, umiliato e sfidato: non sa capire dove termina una scena né afferrarne il senso, figuriamoci se è in grado di applaudire al momento giusto.
In questo contesto la scenografia artistica realizzata da Flavia Mastrella, l’altra protagonista degli spettacoli, si distingue per l’originalità della funzione che assolve. Non uno sfondo, non una cornice, arredo scenico, ma protagonista-costume ed essenza del personaggio. I teli policromi per assurdo svelano il corpo, lo informano rendendolo tale, permettono all’attore infinite possibilità di movimento e forma. Persino la preparazione di una scena diviene lo spettacolo dell’attesa, momento ludico in cui giocarsi un nuovo scontro con lo spettatore. Sembra proprio essere il gioco ad ispirare la creatrice di questi semplici quanto geniali teli “bucherellati”, un gioco che sa lasciare spazi all’immaginazione senza dirigerla, semplicemente piegandosi ad essa.
Si ride tanto in questo come in altri spettacoli di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, ma cosa c’è poi da ridere? Non c’è salvezza consolatrice, non esiste il concetto di futuro perché da questo presente, da questo Uomo emblema della sterilità non potrà arrivare nulla. Questa volta dal letame non nascerà alcun fiore.

Francesca Paolini




Fotofinish: le trasformazioni di Rezza

FotofinishAntonioRezza1La galleria di deliri che danno vita e compongono lo spettacolo Fotofinish firmato Rezza-Mastrella in scena al Teatro Vascello dal 14 al 19 dicembre continua, come tutte le performance ideate e rappresentate dai due artisti a riscuotere successo e a colpire il pubblico negli anni.
Un contatto forte, violento, quello di Rezza con gli spettatori, con l’Altro in generale. Contatto che parla di una grande solitudine, del sentimento di solitudine che molto spesso accompagna l’essere umano nella sua esistenza, e che l’artista sceglie sempre di affrontare nei suoi lavori e che è messo a tema anche in Fotofinish.
L’intreccio è ormai noto: un uomo solo comincia a scattarsi delle fotografie per sentirsi meno abbandonato, ma fingendosi sempre qualcun altro e moltiplicando la sua immagine non riesce mai a catturare quell’attimo che possa fissare e bloccare la propria identità e quella solitudine che gli fa compagnia e che è l’assenza di chi non gli è vicino.
Il protagonista quindi delira, impazzisce, ma mai completamente, perché il percorso di ricerca di un’identità definita e stabile, che riguardi la realizzazione professionale, i passatempi e le passioni o le tendenze sessuali, è un cammino in continua trasformazione e presa di coscienza individuale della mancanza di un senso definitivo alle cose della vita, che porta però alla consapevolezza che la sensatezza risiede proprio nella serenità dell’accettazione che un senso che si dia una volta per tutte non è concepibile e reale.

Armato della solita personalissima capacità d'improvvisazione, di mille voci e facce diverse, e coadiuvato da un muto compagno di giochi, Rezza ci prende in giro, ci violenta, ci mette a nudo davanti a noi stessi e – sempre come al solito – mette a nudo se stesso (e non è una metafora) provando un gusto narcisistico a farsi vedere come mamma l’ha fatto in gesti che non richiamano di certo all’eleganza.
Tutto si conclude con la guerra catartica, che purifica ogni male. Il pubblico diventa una specie di popolo ebreo- afgano- iracheno, mentre dall’altra parte una specie di squadrone della morte porta a termine il proprio piano di distruzione. Alcuni spettatori sono prelevati e condotti fuori dal palcoscenico dove sono giustiziati e il loro corpo viene depositato a terra, catturati nel turbine dello spettacolo e diventati a loro volta e loro malgrado attori, oggetti scenici e strumenti dell’azione. Alla fine della guerra i capi nazisti si trasformano in erotomani folli che palpeggiano i deretani dei poveri e imbarazzati malcapitati, che partecipano dunque attivamente al recupero di parte dell’identità del protagonista, che nella sua comicità disperante afferma in poche parole che lui è solo un attore e che ha fame.
Infranti tutti gli specchi, superate tutte le trasformazioni e i deliri immaginifici di passaggio, la lucidità si riacquista e lo spettacolo offerto da Antonio Rezza è sempre una sfida in cui vale la pena imbattersi, per portare a casa il trofeo di una scossa paradossalmente positiva nei confronti della vita.

Alice Salvagni


Rezza – Mastrella in Bahamut


BahamutContinua la maratona/rassegna Antologica che Antonio Rezza e Flavia Mastrella stanno portando avanti al Teatro Vascello dall’inizio di dicembre. In scena dal 21 al 26 dicembre, Bahamut è, ancora un volta, un esempio di teatro del disturbo, protervo e angosciante, ironico e scorticante e, come al solito, offre uno spettacolo graffiante e impietoso, esilarante e provocatorio che – andando ben oltre il semplice riso – induce il pubblico a riflettere su alcune tematiche che spesso probabilmente si vorrebbe nascondere o tacere.
Dopo aver esplorato negli spettacoli precedenti le più disparate categorie umane, per Bahamut i due artisti si ispirano alla figura inedita di un uomo privo di capacità motorie, che per ogni movimento deve affidarsi all'aiuto di due infermieri. In una sorprendente inversione di ruoli, l'infermità e la disperazione trasformano il debole in un despota implacabile. A questi personaggi si alternano raffigurazioni di uomini e donne che di volta in volta esercitano e subiscono il potere nelle sue diverse manifestazioni, evocando una realtà in decomposizione.

Costretto a stare sdraiato, a vedere il mondo quasi solo da quella posizione, Bahamut-Rezza patisce l'ostracismo di quelli che dovrebbero aiutarlo, portandolo qua e là come un gigantesco lumacone fuori dalla tenda con scivolo, creata per lui dalla geniale Flavia Mastrella. E gioca a rimpiattino con il pubblico nel buio, apparendo all'improvviso dove meno te lo aspetti, ora come una palla umana rotolante, ora come un invasato da non si sa cosa, ora come un predicatore gratuito che si rivolge agli spettatori giocando sui doppi, tripli sensi della parola, alla quale alla fine giunge dopo infiniti tentativi, con la voce usata come richiamo, come una richiesta d'aiuto o come un gigantesco punto interrogativo destinato a rimanere senza risposta.
Non risparmia nessuno Antonio Rezza, e con un linguaggio irriverente e iconoclasta mescola funambolicamente storie senza storia, continuamente dentro e fuori il personaggio, gettando in faccia agli spettatori tutto il malessere e ricevendone indietro risate, proponendo un teatro che sfiora la politica soprattutto nel mettere in gioco il degrado, tutto mentale e talvolta comportamentale.
Il pubblico affezionato e numeroso, che gioisce ai suoi irriverenti inviti, ai suoi richiami, alle sue grida da padreterno, al suo corpo elastico che può diventare piccolissimo o lunghissimo, trasformarsi in un animale immaginario o in una vecchietta, in uno ieratico folle o in uno sghembo inventore del nulla, cerca la provocazione di cui l’interprete ha fatto il proprio mestiere e segno di riconoscimento, e naturalmente sa cosa aspettarsi da lui: un concentrato di istrionismo e una serata fuori del dalla norma, ma mai qualunque, nutrita di una cattiveria sincera, proprio come quella di un bambino.

Alice Salvagni



7 -14 -21 -28 questo è il gioco di…


7_14_21_28_foto_5_di_Flavia_Mastrella_4_light7 – 14 – 21 – 28
è l’ultima fatica che conclude la maratona teatrale Antologica portata in scena al Teatro Vascello di Roma dal versatile Antonio Rezza, con  l’inseparabile Flavia Mastrella che ne cura oltre alla regia anche la scenografia/habitat. 
Lo spettacolo, inscena dal 28 dicembre al 3 gennaio scorso, al teatro Vascello di Roma, ha visto tornare il celebre performer nella gremìta sala di Monteverde più carico che mai: irruente, bizzoso e drammatico come sempre.
Al centro della scena c’è l’uomo e la precarietà di un’esistenza che dà poche certezze e tanti punti interrogativi da risolvere. Questo potrebbe essere (forse) l’aspetto che più caratterizza lo spettacolo (dell’assurdo) messo in scena dalla coppia teatrale rodata Rezza/ Mastrella.
Difficile poter dire di più, vista la mancanza di una trama narrativa e l’apparente nonsense che permea l’intera rappresentazione.
Si susseguono diverse figure: l’operaio, il padre che fa dell’altalena un’arma contro il figlio “insensibile”, un principe zoppo e altri ancora; personaggi che si muovono, si agitano e si scontrano, in un habitat fatto di drappi, corde e ragnatele. Un ambiente ostile ad un uomo sempre più soggetto all’isteria dell’epoca sociale in cui vive.
È il trionfo del grottesco e di una comicità corrosiva che coinvolge talmente il pubblico da non farlo mai tacere, fra fragorose risate e convulsi battiti di mani. Risulta difficile parlare di uno spettacolo così talmente sui generis da non consentire confronti: è azzardata qualsiasi interpretazione, anche quando in sala udendo ridere nasce spontaneo chiedersi se chi ride capisce sul serio…

Angelo Passero

Letto 2383 volte Ultima modifica il Lunedì, 03 Gennaio 2011 00:18

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