Lunedì, 20 Febbraio 2012 08:55

A Toys Orchestra: viva la sindrome di Peter Pan

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Il 2011 è stato un anno prolifico per gli A Toys Orchestra che hanno pubblicato un EP, Rita Lin Songs, un cd Midnight (R)evolution e un dvd per festeggiare i dieci anni dalla pubblicazione del loro primo disco, Job.
Lasciamo che sia Enzo Moretto, voce e chitarra della band a raccontarci in una lunga intervista del tour, del disco e di altro ancora.



Il Revolution Tour vi ha già visti in molte città, raccontaci un po’ come sta andando, cosa succede sopra e sotto il palco!
In realtà noi avevamo da poco terminato il tour precedente. I due tour, come i due dischi, sono stati molto vicini per cui avevamo bisogno di qualcosa che fosse diverso tant’è che in molte date abbiamo deciso di andare in giro addirittura in sei, quindi in questo live c’è un’impostazione ritmica, energica che si differenzia dal precedente. orchestra1Probabilmente ci siamo portati dietro la scia del live precedente però con gli incentivi! Noi siamo rimasti molto sorpresi di vedere che, quando abbiamo iniziato il tour, era già tutto a fuoco. È venuta a vederci tantissima gente e si è abbattuta subito quella fase iniziale in cui il pubblico è intimidito e ti sta ancora studiando, in cui sta cercando di capire qual è il tuo nuovo lavoro: ci siamo trovati catapultati subito nel mezzo del live e ci sono state delle serate entusiasmanti! Ad esempio quando siamo tornati su dalla Sicilia avevamo una grande carica addosso perché abbiamo avuto la possibilità di fare concerti con un bagno di folla incredibile! Ma non solo in Sicilia anche a Perugia, a Milano sono stai tutti concerti molto molto interessanti fin’ora.

Può dipendere dal fatto che già nei live precedenti avevate dato qualche anticipazione del nuovo disco?
Si, però avevamo introdotto solo una canzone nel precedente tour, “Midnight Revolution”, la canzone che poi è diventata il primo singolo, perché durante il tour non avevamo registrato e nemmeno finito alcune canzoni. Questo disco è stato un disco che ha avuto una genesi molto particolare. Fino a poco prima che lo pubblicassimo c’erano alcune canzoni che non erano neppure ancora state scritte. Ci sono canzoni scritte all’ultimo secondo è un disco nato e cresciuto in corsa. Ad esempio una canzone come “You Can ‘t Stop Me Now” è stata scritta, provata e registrata in due giorni e mezzo! È stato un disco molto particolare! “Midnight Revolution” è stato uno di quei pezzi nati in corsa durante il tour precedente per cui avevamo la curiosità di vedere quale fosse la reazione del pubblico. Mi ricordo che durante la data romana al Circolo Degli Artisti rimanemmo stupefatti perché, nonostante fosse la prima volta che la suonavamo in pubblico, sul “Lalalala” finale tuta la sala incominciò a cantare insieme a noi! Così capimmo che questo disco aveva l’immediatezza giusta ed era un disco onesto in questo senso.

Ci avevate abituati a un disco ogni tre anni e invece avete sfornato dopo circa un anno da Midnight Talks, Midnight (R)evolution. Come siete passati dall’amore ai problemi sociali? Dipende da una maturità artistica e personale o quando è troppo l’artista- cittadino deve parlare?
Io credo che anche parlare di tematiche sociali significhi parlare d’amore perchè significa avere a cuore la propria vita e quella degli altri. L’amore in realtà può essere una costante in qualsiasi tipo di argomento. In questo momento poi, penso che sia così travolgente questo sentimento di cambiamento, questa voglia di cambiare a livello globale, che sarebbe stato difficile far fintaorchestra3 di non sentirlo. Noi lo sentivamo in maniera molto forte, l’abbiamo provato sulla nostra pelle pe cui è stato naturale spostarci su quell’argomento. Non ci interessa fossilizzarci per sempre su una tematica, non scriveremo per sempre dischi d’amore né per sempre di rivoluzione ma di quello che succede giorno per giorno. Quello che ci tengo a dire è che comunque “Midnight Revolution” parla di un sentimento e non di cronaca, non racconta quello che succede in questi giorni ma quello che nasce dentro, l’impulso, quella propensione al cambiamento e ad evolversi.

Parliamo adesso dell’evoluzione: come sono cambiati da un punto di vista musicale i Toys Orchestra dagli esordi a oggi?
Credo che siamo cambiati tanto perché abbiamo passato tanti anni a fare quello che poi è diventato il nostro lavoro. Una delle nostre peculiarità è proprio quella di non esserci mai fermati su un’unica formula ma di averne sempre cercate altre per cui credo che musicalmente siamo sempre in continua evoluzione ma non parlerei di maturità perché è una parola a cui sono allergico: non mi interessa la maturità! Quando sei maturo sei arrivato, noi invece siamo sempre alla ricerca, preferiamo sempre stare sulla sedia degli alunni piuttosto che sedere in cattedra. E poi io lo dico sempre che dopo la maturazione non ci resta che marcire quindi preferiamo essere acerbi il più a lungo possibile!

E poi con la maturità via i giocattoli!
Bravissima!

Midnight (R)evolution è accompagnato dal dvd Midnight Stories, in cui Alberto Fabi ricostruisce la storia della band , come mai avete voluto realizzare questo documentario e perché la scelta di Fabi come regista?
Alberto lo conosciamo da un po’ di tempo e ci ha seguito più volte in questi anni nei live. Tutto nacque in una data perugina, ma io non sono bravissimo a ricordare le date! L’anno scorso, nel 2011, è caduto il nostro decennale discografico perché noi esistiamo fin dalla fine degli anni ’90 però nel 2001 è stato pubblicato il nostro primo disco, Job. Per festeggiare i nostri primi 10 anni volevamo fare un regalo ai nostri fan così quando abbiamo visto che avevamo un sacco di materiale sia professionale girato da Alberto Fabi, che amatoriale girato da noi, abbiamo messo insieme questo dvd che ripercorre un po’ la nostra cronistoria. Quello che ci interessava era non dare a questo lavoro un taglio autocelebrativo in cui ci facevamo belli, volevamo venisse fuori il lato umile del nostro lavoro, qualcosa che raccontasse quella gavetta di cui siamo così fieri. Proprio per questo abbiamo scelto di evitare voci fuori campo che ci tirassero a lucido ma abbiamo voluto raccontarlo noi stessi in prima persona e così tutti i personaggi che ruotano intorno alla band, dai collaboratori che hanno sempre lavorato con noi a chi ha suonato con noi. Insomma un tipo di lavoro che ci avvicinasse a chi lo guardava piuttosto che creare un distacco.
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Dopo il successo di Midnight Talks c’era un po’ d’ansia da prestazione per il suo successore?
Sono sincero: no! Non perché fossimo sicuri di azzeccarla perché questo lavoro è sempre un terno al lotto ma perchè c’è stata una continuità e una genesi così particolare che non ci ha dato il tempo di soffermarci e crearci le nostre ansie. È stato così un continuum che abbiamo mantenuto lo stesso stato d’animo dal disco precedente.

Nella title track ci sono dei riferimenti venati di nostalgia ai Clash e a Joe Strummer, chi sono i tuoi riferimenti musicali del passato?
Se dovessimo veramente guardare indietro penso che farebbe notte! Non sono radicale nell’ascolto, mi piace ascoltare tutto e poi decido quello che mi piace e quello che non mi piace. Nel passato ci sono tantissimi punti di riferimento musicali ma solo pochi invece lo sono anche da un punto di vista umano. Joe Strummer e i Clash son tra quelli che, oltre ad avermi dato tanto musicalmente, mi hanno dato tanto anche a livello umano. Il loro tipo di impegno nel sociale è stato qualcosa di veramente rivoluzionario per l’epoca, era meno didascalico, meno macchiettistico rispetto a quello che era la musica di protesta di quell’epoca e in particolare al punk che comunque aveva bisogno di protestare con una certa teatralità. Secondo me i Clash si sono liberati da questo cliché e hanno lasciato veramente il segno.

Tra questi due dischi c’è l’EP Rita Lin Songs che avete distribuito gratis sul web per sei o sette giorni, perché solo un periodo limitato di tempo?
In realtà noi avevamo deciso di metterlo in download gratuito per sempre però alla fine è stato messo in vendita a un prezzo irrisorio, tipo 90 centesimi, non ricordo bene. Probabilmente è anche giusto dare un valore alla musica: regalarla è importante ma anche dare un valore lo è. Metterla per una settimana in download gratuito è comunque un bel periodo in cui chi è veramente interessato ha la possibilità di scaricarlo dopo di che per chi non l’ha preso il prezzo è simbolico, giusto per dare un valore.

Ma secondo te internet è un danno o un’opportunità per l’industria discografica?
Tutti e due. È un’opportunità sicuramente: basta guardare com’è cambiato il mondo oggi il mondo della musica in cui siamo tutti più vicini. I Toys Orchestra oggi attraverso internet possono arrivare un po’ ovunque, basti pensare che abbiamo una parte del nostro pubblico in America, ed è anche un numero abbastanza significativo, anche se non c’è mai stato un tour dei Toys Orchestra quindi questo è possibile solo grazie a internet. Qualche giorno fa ho visto degli ascoltatori in Russia, insomma in posti impensabili. C’è un modo di fruire molto più veloce che ha abbattuto tante barriere, io ricordo quando noi abbiamo iniziato: pur non essendo tanto tempo fa, incidevamo ancora i demo sulle cassettine e poi facevamo la classica consegna a mano dei demo. Oggi questo non succede più. Forse la cosa che più mi infastidisce di questo mondo così telematizzato è che oggi è più facile fare un disco e questo fa sì che nonostante il mercato discografico sia saturo oltremodo ancora si continui con una certa semplicità a fare un disco e ad accedere ad aree che prima era più difficile raggiungere. L’altro danno è che comunque diventa tutto più veloce, tutto più usa e getta, anche i prodotti di altissima qualità. Un disco uscito pochi mesi fa è già vecchio per la rete. Poi c’è la tendenza un po’ ad appiattirci rendendoci tutti uguali. Insomma non voglio continuare a disquisire sugli aspetti negativi della rete perché mi sembra controproducente parlare solo di quello che ha di negativo e credo anche sia una lamentela piuttosto sterile. Magari c’è bisogno dell’impegno di chi la utilizza a farne un uso migliore, anche per noi musicisti.

Avete ampiamente dimostrato che cantare in inglese non è un ostacolo al successo ma mi chiedevo: è per aiutare la comprensione dei testi che ne avete messo trascrizione e traduzione sul vostro sito ufficiale?
Sia per aiutare la comprensione che p
orchestra5erché siamo sommersi da richieste di traduzione. L’Italia non è un paese così inglesizzato e anche se noi abbiamo abbattuto questa barriera devo dire che ancora oggi ci confrontiamo con delle difficoltà grosse . Non abbiamo la stessa chiave d’accesso delle band del nostro calibro che cantano in italiano. Non siamo mai riusciti a mettere piede in territori che forse erano stati battuti davvero poco da band che cantano in inglese. Non riusciamo a vedere i Toys in un’altra veste al momento però non posso nascondere che delle difficoltà ci sono nel cantare in inglese.

E all’estero facilita oppure no?
Probabilmente solo a livello linguistico perchè cercare di immettersi su un mercato estero è un’altra cosa. Quello che abbiamo fatto in Italia è frutto di anni e anni di lavoro, quando si va all’estero si comincia sempre un po’ daccapo. Devo dire che quando abbiamo fatto delle tournee in Europa che sono state sempre molto soddisfacenti: ci siamo divertiti, il pubblico aveva un’attenzione particolare, abbiamo riscontrato anche che tra il pubblico non c’erano solo curiosi ma anche tante persone che ci conoscevano e che erano venute appositamente. Insomma un bilancio ottimo però devo dire che in Italia godiamo di un pubblico che è veramente veramente importante e che ci segue, ci sostiene e ci ama da anni. Non posso dire che all’estero è meglio che in Italia, al momento l’Italia è importantissima per noi.

Avete collaborato a colonne sonore sia di film che si serie italiane, insomma sulla vostra strada avete spesso incontrato il cinema. A tuo parere che rapporto c’è tra i due diversi linguaggi artistici?
È sempre molto stimolante pensare che il tuo operato possa andare in un ambito che è diverso da quello del disco o della radio e che possa confrontarsi con le immagini, con lo schermo e con un pubblico che è diverso. È un rapporto interessante per noi e potrebbe esserlo ancor di più nel momento in cui scriveremo una colonna sonora originale perché fino ad oggi quello che ci hanno chiesto sono dei pezzi già editi da prestare a delle immagini. Diverso è scrivere una colonna sonora originale, dare un’interpretazione da zero, creare ad hoc per delle immagini.

Ho letto che pur essendo della provincia di Salerno siete considerati un po’ bolognesi, tanto che il vostro tour è partito proprio dal TPO come direbbe uno dei personaggi dei film di Troisi: emigranti?
No! Magari poi diventerà si come fece Troisi alla fine! Di fatto lo siamo perché in un certo senso siamo stati costretti a muoverci per seguire delle opportunità lavorative ma avevamo anche voglia di spostarci, di cambiare. Bologna non è stata scelta a caso: non siamo dei professori trasferiti per caso dalla scuola di Agropoli a quella di Bologna. Abbiamo deciso noi di venire qui a Bologna perché era una città che ci piaceva e avevamo voglia di vivere questa esperienza da singoli e anche da gruppo, eravamo più vicini al nostro mondo, a tutte le nostre strutture, Urtovox è qui a Barberino sull’Appennino come alcuni dei nostri amici che soni entrati anche nei Toys, vedi Beatrice Antolini, Paolo Iocca che erano già qui a Bologna. Ci siamo venuti davvero con tanta voglia quindi migranti si e no!

Quindi Napoli vi ha offerto meno…
Ti rispondo come Campania e come sud: purtroppo non possiamo nasconderci dietro a un dito. Noi al sud abbiamo più problemi a considerare la musica un lavoro e questa non è affatto una nostra colpa, anzi sono solidale con i nostri conterranei perché so cosa vuol dire approcciarsi alla musica in qualunque senso. Già quando ero ragazzino solo per poter andare a un concerto dovevo fare ore e ore di treno senza biglietto per andare a
orchestra6 Milano, nel mio paese non c’erano nemmeno i giornali di musica, per comprare un disco dovevo andare a Salerno, quindi prendere di nuovo il treno, e questo per poter fare la vita da ascoltatore. Fare il musicista vuol dire riscontrare delle problematiche che sono incredibili però secondo me da queste problematiche e da queste mancanze è nata la nostra forza. Sai quando si dice da necessità si fa virtù. Noi avevamo la necessità di crearci qualcosa. Ad Agropoli c’era il mare bello, la parte storica della città, si mangiava bene però c’era un vuoto in quell’esigenza giovanile che in noi era impetuosa e che ci ha portato a creare qualcosa che fosse veramente nostro. Probabilmente se questa mancanza fosse stata sopperita da altro non avremmo sentito questa esigenza così forte di creare i Toys. Anche se contorto come ragionamento è così veramente!

Cosa dobbiamo aspettarci dai Toys orchestra in futuro?
Questo me lo chiedo anche tra me e me! Il futuro è futuro e non ho la più pallida idea di cosa faremo in futuro. Noi siamo sempre stati concentrati su quello che facciamo momento per momento al massimo guadiamo agli impegni che abbiamo già! Non ci piace andare più lontano di domani ma pensare giorno per giorno per dare il meglio e quando sarà il momento di scrivere un disco nuovo soltanto allora cercheremo di capire dove stiamo andando ma al momento non abbiamo ponderato niente. Sto scrivendo delle bozze di un minuto fatte per pianoforte e voce o per chitarra e voce, ma non sono nemmeno sicuro che andranno in un disco, potrei anche solo starmi divertendo. Adesso è da poco uscito il nostro disco e noi riusciamo a vivere con un solo vestito addosso alla volta e al momento il nostro vestito è Midnight (R)evolution e non voglio mettere due piedi in una staffa e o un piede in due staffe, non so com’è esattamente!

Giuditta Danzi

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