Mercoledì, 24 Marzo 2010 06:44

Quarta, quinta e retromarcia. Da Berlino alla Mongolia con Massimo Zamboni.

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Lo scorso 25 febbraio l’Init Club di Roma ha ospitato un evento letterario-culturale-musicale per intenditori. Una di quelle cose che se vi piacciono, vi piacciono davvero tanto, senza mezze misure.

Massimo Zamboni (ex CCCP e CSI) ha prsentato la riedizione, presso NdA, del suo libro In Mongolia in retromarcia; e lo ha fatto con letture, musica e immagini di Berlino. Di quella Berlino. Lo abbiamo incontrato poco prima che salisse sul palco.

La prima cosa che ti volevo chiedere è anche una curiosità personale.

Un elemento chiave che ritorna, sia nelle cose che fai tu che in un certo genere – in senso lato – , di musica è Berlino; o meglio, un modo ben preciso di vedere Berlino. Perché Berlino è sentita in un modo tale che la rende centrale in un immaginario che da musicale diventa sociale e politico. Perché proprio Berlino?

Non è una scelta casuale. Per quanto mi riguarda, è lì che è avvenuta la vera svolta della mia vita privata. Andare a Berlino e provare a viverci come facevano i berlinesi, cioè occupando una casa, inventandomi dei mestieri, era un modo per cercare di capire cosa si poteva fare nel mondo finito di studiare, prima di entrare in uno spaventoso e incombente mondo del lavoro.

Poi in quella città mi è capitato di incontrare Giovanni Ferretti, che non avrei mai potuto incontrare a Reggio Emilia, anche se eravamo tutti e due di Reggio…

…e infatti questo è quasi paradossale…

Paradossale, ma anche significativo. Racconta tante cose: solo in una situazione di frattura, di esplosione – com’era la situazione di quella Berlino –, si liberano quelle energie che ti mettono in contatto diretto con le persone. Magari noi ci siamo sfiorati, a Reggio Emilia…

…come se si fosse concentrato tutto in quel punto, in quel preciso momento…

…ma questo succede in tante città, sai. La cosa brutta è che succede sempre in città che vivono pericolosamente, che vivono in uno stato di tensione o di guerra o comunque di profondissimo malessere. In questo c’è anche lo splendore degli uomini, la capacità di reagire a quest’oppressione, di ricostruire e di darsi, cioè di perdere immediatamente quelle barriere che vivono in qualunque altra città.

Berlino offriva questo; un po’ lo offre ancora, perché poi questo modo di vivere è entrato davvero in profondità nei geni di Berlino. Io riesco a capire la differenza perché l’ho vissuta tanto e in anni diversi e so perfettamente cosa è cambiato. Però chi arriva adesso lo annusa subito. Infatti non a caso, molti poi scappano via perché sono abituati a Barcellona, Londra, New York, Parigi, e a tutte le altre che non offrono le stesse cose; invece altri se ne innamorano.

In che senso?

Nel senso che Berlino ha la capacità di non essere spaventata dalla propria storia, che è anche una storia orribile; è capace di scherzarci su.

I giovani che andavano a Berlino ci andavano per evitare il servizio militare, perché si occupavano le case, perché vivevano con poco, inventandosi un mestiere. Così facendo se ne sono impadroniti, e hanno formato una città fatta di elementi rifiutati altrove.

Nessuna città ha avuto delle fratture così forti: prima i bombardamenti, poi il muro. C’era sempre la possibilità di un nuovo inizio. Lo spazio dove un tempo sorgeva il muro, dopo il suo abbattimento, è un enorme spazio di suolo pubblico nel centro della città storica, vuoto, dove tu puoi inventare quello che vuoi, e inventarti.

Quale città si può permettere la stessa libertà?

Legato a tutto questo, c’è il discorso, come dicevo, musicale…

Sì, perché la cosa più facile che potevi imparare a fare a Berlino era suonare. Poi all’epoca nessuno ti chiedeva cosa facevi di mestiere, o se eri capace di suonare. Suonavi se il tuo corpo voleva suonare, cantavi se il tuo corpo voleva cantare, era l’unica regola valida. E vale ancora, secondo me. Che poi la maggior parte delle persone non se ne accorga e non ne voglia approfittare, è un problema loro. Però io credo che si possa fare, senza passare per finto ingenuo o improvvisatore a tutti i costi.

Se hai energie, idee e voglia di metterti in gioco sufficienti, Berlino ha la capacità di insegnare a tanti, noi compresi, la possibilità di esprimersi.

Questa è poi anche la base della filosofia e dell’attitudine punk.

Decisamente sì. Infatti in questa serata parleremo esattamente di questo: andare in una città e raccogliere le istruzioni per fare qualcosa di te stesso.

Berlino poi c’entra anche per il passaggio dai CCCP ai CSI, avvenuto in un certo senso, anche in conseguenza del crollo del muro e della fine dell’Unione Sovietica…

Senza che nessuno se ne abbia a male, i CSI sono “costola” dei CCCP, perché nascono comunque da quella esperienza anche se poi prendono tutt’altra strada, molto forte anche quella. Però già il nome, CSI, è un nome che deriva direttamente da CCCP anche solo per ragioni geopolitiche. L’immaginario e i mondi che abbiamo cercato di trasmettere col gruppo e con le canzoni era quello, veniva da lì.

Al di là di questo, però, è evidente la differenza tra il prima e il dopo: la maggiore attenzione alla scrittura e alla struttura della canzone, per esempio.

Sì, certo. Questo fa parte del crescere, del voler cambiare continuamente. Non c’è niente di più patetico del fossilizzarsi. Certi moduli musicali, come il blues, te lo lasciano fare; anzi ti fanno acquisire sempre più valore, con l’età e l’esperienza. Per il punk è decisamente improponibile, perché rischi di diventare ridicolo, a cinquanta, sessant’anni a fare cose che facevi a venti. Il punk poi, è un’attitudine, non c’è bisogno dell’orecchino o della cresta.

Stasera tu sei qui per presentare la riedizione, presso NdA, del tuo libro In Mongolia in retromarcia. Come mai questa riedizione?

Semplicemente perché era esaurito. Considerando la fatica che fai a scrivere, se qualcuno richiede il tuo libro e non lo trova, cerchi di fare in modo che gli arrivi; perché scrivendo volevi comunicare qualcosa che ti importava.

Come mai proprio con NdA?

Perché con loro c’è un rapporto di amicizia da anni, in particolare con Massimo Roccaforte. Ci siamo sempre trovati molto bene, è venuto quasi naturale. Sto anche lavorando a un cd, sempre con loro.

La scelta della medio-piccola casa indipendente, c’entra con la coerenza a mantenersi indipendenti?

In realtà non voglio neanche rivendicare questo, perché il libro da cui trarrò stasera la maggior parte delle mie frasi è Il mio primo dopoguerra, che è uscito con Mondadori.

Era proprio qui che volevo arrivare.

Credo che il più grande intruso della Mondadori sia il proprietario. La Mondadori pubblica da Joyce a Eliot a me, e milioni di altri scrittori il cui nome rimane: ha costruito il nostro mondo intellettuale. Forse il proprietario della Mondadori avrà i soldi per gestirla, ma questi nomi non vengono cancellati per questo; è un’azienda, ma nessuno – neanche volendo – potrebbe cancellare ciò che ha fatto per la nostra cultura. Questo non voleva dire che io mi sia fatto fregare dalla Mondadori…

…non volevo dire questo…

No, no. Glielo dico io, alla Mondadori. Quel libro non è mai stato pubblicizzato, mai davvero promosso: ne buttano fuori tantissimi come fossero patatine fritte al McDonald’s. Ma questo l’ho scoperto dopo aver firmato il contratto!

Torniamo a parlare di In Mongolia in retromarcia. Come vi è saltato in mente di andare proprio in Mongolia?

Erano anni che ci pensavamo, dicendoci: se un giorno dovessi fare un viaggio vero, vorrei andare lì. E quel “lì” era sia mio che di Giovanni, lo condividevamo da moltissimo tempo. Abbiamo smosso un po’ di carte e all’inizio la cosa non andò in porto. Poi un bel giorno è arrivato un telegramma che ci diceva che era tutto a posto, e siamo partiti, quasi su due piedi, abbiamo sospeso il tour dei CSI, e via.

E si è trattato di una scommessa sostanzialmente vinta, al di là del risvolto personale, anche per i CSI; conteneva già la loro fine, se vogliamo. Ma è anche giusto che sia stato così.

Sì, perché è da lì che nasce Tabula Rasa Elettrificata…

…da lì è nata Tabula Rasa, ma anche tutto il resto, forte e veloce.

Nei testi di TRE, sono presenti sia elementi politici che “esotici” – anche se la parola non rende tutto il senso dell’incontro con l’altro. L’obiettivo non era certo la comunicazione dell’esotico…

No, certo. Pensa al titolo del libro, In Mongolia in retromarcia: tu non vai in Mongolia per conoscere i mongoli, vai in Mongolia per conoscere te attraverso i mongoli. Quasi come vedersi in uno specchio, e vedere ciò che ti accomuna a loro. In questo sta l’interesse del viaggio.

Il viaggio che poi è stato, a quanto dici, la preparazione all’idea di procreare.

C’è questa sorta di luogo comune dell’artista che considera le sue opere come suoi figli; il viaggio ha smosso qualcosa anche in questo senso?

La Mongolia è un territorio estremamente fertile. Ci sono cuccioli e madri – umani e animali – dappertutto; ovunque trovi lo spettacolo della vita che perpetua se stessa. C’è una mortalità infantile talmente elevata che l’unico modo per sopravvivere è fare figli.

Tutto questo ti fa riflettere. In Europa e in Italia si fanno pochissimi bambini, e non ci avevo mai pensato nemmeno io. Mi accontentavo di questa stirpe di cd e libri che continuavo a sfornare.

Dopo la Mongolia, io e mia moglie, che era venuta lì con me, abbiamo iniziato a pensarci seriamente e abbiamo deciso.

Anche lì, quindi, la nascita è derivata da un momento di frattura: probabilmente senza quel viaggio non ci avremmo mai pensato davvero.

Ritorniamo un attimo ai CCCP. Sul sito cccp-fedeliallalinea.it, ho trovato una vostra intervista uscita nel 1988 su Rockerilla…

Ma dai?!

Sì. C’era una domanda, in particolare, che mi sembra quanto mai attuale; era: “La nostra Europa passa per l’Islam?” E la risposta era: “A Berlino sei un turco a tutti gli effetti. Le culture araba e asiatica sono a noi vicine, e la cultura europea si scontra e incontra con queste civiltà da sempre. Questo è il nostro retroterra culturale e fisico.”

Oggi come risponderesti alla stessa domanda?

La caduta del muro ha liberato dei nuovi nemici. Prima era tutto molto semplice. C’erano i buoni da una parte e i cattivi dall’altra parte del muro. Quando il muro non c’era più è nata la necessità di crearsi dei nuovi nemici. L’Islam è un nemico perfetto, perché è una religione molto più forte e agguerrita di quella cattolica; i musulmani sono seriamente disposti a morire per la loro fede.

Nonostante questo io tendo comunque a vedere il vero nemico in noi, e a pensare che tutto ciò che io detesto davvero fa sostanzialmente parte di me, della nostra cultura, del nostro mondo, pur con tutti i suoi indubbi meriti; primo fra tutti il cosiddetto contratto sociale, la coesione e la sicurezza minima garantita a tutti, a differenza del passato. Ma non ci sono solo meriti: potremmo dare molto di più al mondo, ma non sempre riusciamo a farlo.

L’invasore non viene da fuori: l’invasore è quello che ha le televisioni, che ci toglie la terra sotto i piedi e che costruisce le case a sua immagine e somiglianza. Gli altri sono dei malcapitati che cercano di mangiare quel giorno lì.

E qui abbiamo dovuto lasciarlo andare. Il pubblico reclamava a gran voce il resoconto di quel viaggio in retromarcia.

Chiara Macchiarulo

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