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Nel nome del padre

nel nome del padre

[TEATRO]

nel nome del padreROMA- Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo. Ed è proprio quest’ultimo a mancare nel testo di Luigi Lunari, al Teatro Quirinetta fino al 26 febbraio. La grazia, anche intesa come salvezza. Profonda riflessione sull’amore dei genitori per i propri figli.

 Due anime che si incontrano, confrontano e scontrano, fino alla riconciliazione finale. Tutto in una sorta di limbo nero, che potrebbe essere una pre-vita oltre all’inferno in cui sono stati gettati quando abitavano la terra per la quale erano inadatti, se entrambi rinchiusi in manicomio.
Lei, figlia del capostipite dei Kennedy, troppo lontana dalle ambizioni di chi cresceva i figli (se stesso?) nel sogno americano, affinché un giorno guidassero la nazione.
Lui
, alle prese con Palmiro Togliatti, l’esule, il comunista italiano più vicino alla Russia. Rosemary e Aldo. Margherita Buy e Patrick Rossi Gastaldi. Figure scure illuminate da un quadro che sembra un Turner nell’indefinitezza della scena. Un tavolo. Due leggii che preannunciano il duetto per voce sola. Perché quello cui assistiamo – al di là degli scambi di battute – è un lungo monologo della coscienza intorno a una sola domanda. Dove finisce l’amore del padre e inizia l’ambizione dell’uomo? Una volontà di potenza che si fa cieca anche di fronte agli affetti, se questi si prefigurano come ostacoli all’ascesa. La comunanza dei grandi diventa così quella dei piccoli. Il dolore dei sommersi il sollievo dei salvati, anche se ci penserà la Storia a travolgere tutti.

Nel nome del padre è infatti anche questo: preghiera tardiva e attesa di redenzione. Incontro con il Divino, se per divino si intende la parte più profonda di noi. Quell’Io in attesa di avere voce, che quando irrompe – sul palco, nella vita – in tutta la sua pienezza può renderci folli. Eppure quella che si respira è dapprincipio un’ebbrezza misurata, se si escludono le intemperanze della Buy. Un’ubriacatura di parole che si stenta a seguire, finché i protagonisti non trovano un nome e una collocazione socio-politica. Da qui in avanti è poesia. Le distanze si accorciano, i suoni si fanno musica. Rosemary e Aldo, Margherita e Patrick, cantano all’unisono la tragedia. Lei che scappa di casa, durante una festa, per fare un bambino con uno sconosciuto, in auto. Lui allontanato da casa, rimpiazzato da un’altra bambina, orfanella non si sa di chi. Entrambi reietti, disadattati, deficitarii d’amore. Entrambi coscienti di essere diversi, una volta si sarebbe detto speciali.
Entrambi che giustificano i carnefici. Finché a un certo punto qualcosa succede. Dall’incontro nasce il confronto. La paura si muta in sfida e sono i genitori ad essere messi alla gogna. Rivincita tardiva dei figli sui padri, dei sommersi sui salvati. Poco più di un’ora per raccontare, da un altro punto di vista, gli anni più tesi del secondo Novecento. Per mettere in scena quella commedia sentimentale – come la definisce l’autore – che non fa ridere ma nemmeno commuove, parlando alla parte più profonda di ognuno. Là dove non hanno senso le lacrime e il riso. Dove tutto si rasserena in un liberatorio amen, è finita.

Matteo Mastrogiacomo

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