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Harry Potter e i doni della morte (parte II), regia di D. Yates

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Img1Professore, è vero tutto questo? o sta accadendo dentro la mia testa?”, “certo che sta accadendo dentro la tua testa Harry. Dovrebbe voler dire che non è vero?”, tutto era iniziato nel lontano 2001, con l’uscita di un’altra grande storia fantasy: Il signore degli anelli. Insieme, queste due storie parecchio differenti, avevano dato inizio al cosiddetto “ritorno del fantasy”, facendo emozionare nerd e sognatori, tutti riuniti sotto lo stesso tetto cinematografico.

Ed è così che, dopo dieci anni, in una Trafalgar Square piena zeppa di fan, tra commozioni e lunghi abbracci (con l’aggiunta del bel tempo), si è dato l’addio conclusivo al leggendario maghetto con la cicatrice a forma di saetta. Tre sguardi non più tanto giovani si affacciano, così sul grande schermo, per l’ultimo epico ed imperdibile appuntamento di una saga che ha stregato tutto il mondo.
Harry Potter e i doni della morte parte seconda, riprende e conclude il lungo viaggio di Harry (Daniel Radcliffe), deciso a distruggere tutti gli Horcrux legati a Voldemort (Ralph Fiennes), insieme ai suoi due inseparabili amici Ron Img3(Rupert Grint) e Hermione (Emma Watson). Tra svariate peripezie, draghi e scontri a colpi di bacchetta, Harry andrà in contro al suo destino, pronto finalmente a porre fine alla vita del Signore Oscuro.
E’ stata una gran bella fatica, ma alla fine ce l’abbiamo fatta: ci sono stati ben quattro registi differenti (Chris Columbus, Alfonso Cuaron, Mike Newell e David Yates), un Silente compianto e andato perduto (interpretato nei primi due episodi dal grande Richard Harris, scomparso nel 2002), e tante, forse troppe, differenze con i libri scritti da J.K. Rowling.
E’ forse questo uno dei dubbi più ancestrali, che un fan o meglio un lettore dei libri, può porsi di fronte a quest’ultimo prodotto che, tra momenti indubbiamente emozionanti e falle gigantesche, costituisce la fine di un magico evento. Perché c’è chi è cresciuto con i libri e chi, a differenza di altri, è andato ogni anno al cinema diventando grande quanto il protagonista, assimilandone angosce e crescite d’animo. Non c’è da stupirsi quindi che, tra errori grossolani e cambiamenti assolutamente nonsense, si raggiunga una bizzarra benevolenza, soprattutto stimolata dal grande fenomeno che è Harry Potter. Un fenomeno che di certo si è fuso letteralmente con il fascino letterario, dimostrandoci quanto il potere cinematografico possa influire sul mondo intero e sulle aspettative di milioni di fan.

Perciò risulta impossibile cedere, in un certo senso, alla negatività di quest’ultimo film, gestito parecchio male da un David Yates che non osa spingersi oltre con l’ oscurità della storia, che ha sortito decisamente più effetto nella prima parte, psicologica ed emotiva al punto giusto. Ma questa è pur sempre una seconda parte e c’è il grande sfogo di una battaglia fin troppo attesa, decisamente epica per chi se la immaginava da innumerevoli anni: immense barriere magiche, soldati di pietra e l’ordine della fenice al completo (o quasi).

Img2Dall’altro canto ci sono battute spicce ed ironiche, assolutamente fuori luogo, effetti speciali imbarazzanti nelle ultime scene e personaggi che si sono persi in piccoli, forse troppo ristretti, camei. Si rimpiangono parecchie cose nella seconda parte de I Doni della Morte, come per esempio la palese e forzata frettolosità di far concludere ogni evento, ma nulla che non possa essere ricompensato con la memorabile scena dei ricordi di Severus Piton, ora e per sempre reso leggendario dal grande Alan Rickman, insieme ad un Michael Gambon nei panni del secondo Silente che abbiamo imparato ad amare con il tempo, lasciando che i film lo tramutassero pian piano nel preside che tutti hanno amato fin dai primi due film, magico, saggio e dallo sguardo carismatico, proprio come fu un Richard Harris o come riuscì un Ian Mckellen con Gandal.
Seppur in definitiva il secondo tempo si sacrifichi rispetto al primo, riuscito in tutto e per tutto (facciamo finta che il doppiaggio Italiano non abbia fatto un enorme errore con una certa Madame Lastrange), ci sono cose nella saga di Harry Potter che non possiamo ignorare ed è così che la magia ha inizio: tutti e otto film d’improvviso si trasformano in uno solo, ci innamoriamo perdutamente dei personaggi (uno a caso il Sirius di Gary Oldman), ci commuoviamo con loro e diciamo addio con una sorta di malinconia nel cuore, lì nella stazione mai esistita.
Certo possiamo sempre incolpare il prodotto cinematografico per aver dato vita al fenomeno del vampiro brillante Robert Pattinson, ma si dice che sbagliando si impara, si spera. L’anno prossimo cosa andremo a vedere? Quale appuntamento speciale ci sarà riservato? Nessun becero sequel, blockbuster o remake, potrà fino a prova contraria sostituire questa sorta di sensazione, quella che si avverte quanto è proprio giunta la fine di un’era. Si, proprio quella: l’era del “ritorno del fantasy”. 

Alessia Grasso

Alessia Grasso, cinema, David Yates, Harry Potter e i doni della morte (parte II), martelive, martemagazine, Recensioni

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