Hell, un’altra storia del Moro di Venezia

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[TEATRO]

Hell_fotoROMA- “Affrontare un grande classico è sempre un’impresa ardua, specialmente se si va a toccare un’opera che è nell’immaginario collettivo profondamente radicata. Da regista sento la necessità di provare a “giocare” con questo monumento letterario, di scomporlo e ricostituirlo seguendo ciò che di attuale il testo ha, di scioglierlo in tanti fili e seguire quelli che rappresentano le tematiche per me più urgenti da comunicare”.

Queste le parole del regista Francesco Giuffré su Hell, il riadattamento del testo di Otello per cinque attori, che ha curato a quattro mani con Riccardo Scarafoni e che ha appena finito di andare in scena al Teatro Piccolo Eliseo di Roma. Una dichiarazione di intenti, quest’ultima, che non si può dire non rispecchi lo spirito che nei fatti costituisce la linfa dello spettacolo che ha calcato le scene del teatro di Via Nazionale.
La matassa che in Hell invero man mano si dipana dai fili che tessono la trama originale della vicenda di Otello, dà luogo infatti a una rappresentazione che si distacca dal nodo centrale della tragedia shakespeariana della differenza della razza, per concentrarsi su un tema altro che rinvia a quello esistenziale del “diverso”: non c’è infatti il Moro, il nero – che secondo i canoni più basilari della simbologia occidentale sarebbe sinonimo di impuro, di male – ma un Otello che incarna l’inquietudine della diversità perché anziano. Perché veste i panni di un vecchio condottiero che decide di ritirarsi dalla guerra per poter vivere l’amore per una ragazzina poco più che ventenne di nome Desdemona.
Secondo la rappresentazione in questione è in questo che risiede il dramma: nonostante il valoroso generale al servizio della repubblica veneta sia mosso nelle sue scelte dal sentimento – forse troppo ingenuo – in cui si riconosce la più nobile delle motivazioni in assoluto, egli attira su di se il dissenso della comunità di cui è a capo, le gelosie e la condanna da parte di essa di non poter vivere un amore autentico e ricambiato perché considerato dalla morale imperante contro natura e dunque riprovevole e degno di un biasimo senza appello.

E’ così che nell’unica scena in cui si svolge l’intera tragedia, ovvero il rifugio sicuro e appartato dove Otello ha portato la sua gente e in cui il mondo reale è un vago ricordo che riaffiora soltanto attraverso il continuo e lontano fragore delle esplosioni della guerra, la vicenda si consuma e che il perfido manipolatore Iago, rappresentato come un burattinaio che muove le creature a lui assevite come marionette estratte da una valigia, può agire indisturbato e attuare il suo piano di destituire Michele Cassio dall’incarico di luogotenente, giocando sulle emozioni di Otello perdutamente innamorato nel persuaderlo di un presunto tradimento da parte di Desdemona con il giovane Cassio. Seguendo il filone classico Iago incarna dunque ancora una volta la parte nera dell’uomo, l’immoralità, il desiderio innato di sopraffare l’altro e di essere più potente e la tragedia shakespeariana di Otello un’intramontabile riflessione sulle emozioni e le debolezze umane.

Nel mondo di calma apparente e destinato a fallire cui dà vita il sogno illusorio di Otello, che prevede la rinuncia alla vita del “fuori” e un’esistenza all’insegna del ricordo del mondo, lo sbiancato Moro si batte contro tale mondo che nonostante egli tenti strenuamente di tenere a distanza torna in ogni modo a ostacolarlo e a impedire che quanto il condottiero afferma in un momento di laconica riflessione, “non esistono amori naturali o innaturali, ma solamente amori…assoluti”, sia una realtà che non può esistere e che l’Inferno del titolo, termine che nella tragedia ricorre come significante del travisamento, sia il destino cui nessun uomo può sfuggire.

Alice Salvagni

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