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Le mattine dieci alle quattro

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[TEATRO]

le_mattine_dieci_alle_quattro ROMA–  Una messinscena altamente suggestiva, una storia toccante e drammaticamente attuale, un ottimo cast. Per il grande e meritato successo riscosso, è stato prorogato di una settimana lo spettacolo Le mattine dieci alle quattro, scritto e diretto da Luca De Bei, in scena dal 29 dicembre al 31 gennaio al Teatro Sala Uno di Roma.

Fin dall’ingresso in sala, il pubblico è avvolto da una fitta nebbia, che poco a poco svela nel buio i tratti di una degradata periferia urbana, la sgangherata pensilina di una fermata d’autobus e tre figure intirizzite dal freddo e ancora insonnolite. Sono tre giovani, due ragazzi e una ragazza, che si tiene un po’ a distanza. Due fari spuntano nella nebbia e come un mostro rumoroso e sferragliantele_mattine10alle4_2 arriva un grande autobus, che inghiotte la ragazza e sparisce di nuovo nel buio.
Siamo a Roma, sono quasi le quattro del mattino, ed ogni giorno i tre si ritrovano alla stessa fermata. La gran parte della gente a quell’ora sta ancora dormendo e non immagina nemmeno che fuori ci sia già qualcuno che ha cominciato la sua giornata, costretto ad alzarsi in piena notte per non perdere quell’autobus che gli permetterà di non perdere il lavoro. Un lavoro faticoso, anche pericoloso, mal pagato e soprattutto non tutelato.
William (Riccardo Bocci) e Stefan (Alessandro Casula) fanno i manovali. Se non arrivano in orario al cantiere non vengono presi per la giornata e, se ne perdono più di una, non vengono pagati nemmeno per quelle che hanno già fatto. Stefan è rumeno e il secondo giorno arriva alla fermata zoppicando, è caduto da un’impalcatura di sette metri, ma non vuole andare in ospedale perché teme che al cantiere non lo prendano più. È solo, senza un tetto e non parla nemmeno l’italiano. Se lo è preso in casa William, che è un bel ragazzo, dai tratti fini, simpatico, le_mattine10alle4ingenuo e candido nella sua semplicità ed ignoranza. La madre lo ha chiamato così perché è nato lo stesso giorno del figlio di Diana e lo ha cresciuto come il  principino, imitandone i vestiti o il taglio dei capelli, che copiava dalle foto dei giornali. Cira (Federica Bern), che in realtà sarebbe Ciranda, che si legge con la S, dal nome della telenovela ‘Ciranda de pedra’, fa invece le pulizie in una scuola, in una fabbrica e in altri uffici.
Con una scusa William attacca discorso con lei, che è giovane, ma già molto assennata e, preoccupata per la gamba malata di Stefan, vorrebbe che si facesse visitare. Il ghiaccio è rotto e viene fuori che i due si conoscevano da bambini, compagni di scuola e di giochi nel cortile di una casa popolare.
Dai primi scambi di battute, gli incontri notturni a quella fermata si trasformano così in timidi appuntamenti non dichiarati, durante i quali si svelano pian piano le loro storie. Dai ricordi dell’infanzia, quando tutte le bambine, inclusa Cira, erano innamorate del ‘principe’ che non le vedeva nemmeno, al racconto di una vita fatta di famiglie spezzate, abbandono, alcool e precarietà.

Con tratto leggero, condito di ironia e tenerezza, si delinea un quadro drammatico di esperienze forti e dolorose, che hanno costretto questi ragazzi a crescere in fretta e ad assumersi delle responsabilità pesanti per le loro giovani spalle. Privati del sostegno di un’educazione scolastica decente, vittime di tanti soprusi subiti in famiglia e dalla società, eppure ancora capaci di sognare una vita migliore e di vivere una tenera storia d’amore, dai tratti quasi adolescenziali. Un momento di speranza, destinato purtroppo a soccombere alla violenza della realtà, fatta di ingiustizia, illegalità e incuranza della vita umana.
Un bellissimo testo, finalista al Premio “Enrico Maria Salerno per la drammaturgia” nel 2007 ele_mattine10alle4_4 al Premio Riccione per il teatro nel 2009 e ora pubblicato in un libro, dalla casa editrice Titivillus, per uno spettacolo forte, nel quale Luca De Bei affronta, con intelligente e misurata leggerezza, temi drammatici di scottante attualità, come il degrado e l’abbandono delle periferie urbane e delle fasce deboli della società, il lavoro nero e le morti bianche, attraverso le storie dei suoi protagonisti, che si rivelano personaggi intensi, veri e commoventi.
E bravissimi sono anche gli interpreti che, perfettamente calati nei loro ruoli, li rendono ancora più umani e vicini al pubblico, coinvolgendolo emotivamente.
Una parola a parte merita poi la messa in scena, notevole. Nella sua scarna semplicità, infatti, dà al pubblico quasi l’impressione di trovarsi all’aperto, a quella fermata, tra la nebbia. Grazie, ad esempio, al vero e proprio pezzo di autobus che entra in scena da un tunnel, con i suoi tipici rumori del motore e dei freni, e grazie anche ad un lieve accompagnamento sonoro di fondo, a malapena percettibile, che riproduce i rumori della strada. Rumori registrati proprio alle quattro del mattino in una periferia romana, come ha spiegato lo stesso Luca De Bei in una intervista rilasciata a RadioRai2, che lo spettatore magari non percepisce distintamente ma che concorrono a creare l’atmosfera dell’alba, della città e della strada.

Emanuela Meschini

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