MArteLive 2008: III appuntamento

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Storie d’amore e dipendenza

Alfredo, eroinomane romano ospite di un centro di recupero, e una ragazza di Bologna che fa volontariato nello stesso centro sono i protagonisti di “Mangiacuore”, romanzo edito da Fernandel e presentato martedì scorso da Chiara Bonafini, autrice dello stesso. Veronese, trentatre anni, la Bonafini è alla sua prima fatica letteraria e concorre quest’anno nella sezione “Letteratura” del MArteLive 2008.
La vicenda descritta nel romanzo si basa sulla storia d’amore dei due protagonisti, raccontata a due voci attraverso i loro monologhi alternati. I due hanno biografie diverse, opposte per certi sensi – come per molti aspetti lo è la loro psicologia -, ma si incontrano e vivono insieme un amore intenso e travagliato. “Mangiacuore” non si limita ad essere uno sterile romanzo rosa. Le tematiche trattate abbracciano anche un’analisi implicita, sociale e psicologica, sul tema delle dipendenze. Quelle dipendenze appunto “Mangiacuore”, che corrodono l’anima di chi ne è vittima.

Quelle dipendenze che in questo caso imbrigliano le vite dei due protagonisti: la ragazza del Nord (così viene chiamata durante tutto il romanzo, non apparirà mai il suo nome, e nel corso della lettura si capirà il perché …) sarà alle prese con quella morbosa e sofferta per Alfredo, che a sua volta combatte con quella dall’eroina e dalle droghe in generale. La Bonafini è abile a tracciare con contorni ben delineati la psicologia di entrambi, entra nel loro intimo e riesce quasi a dargli vita, da quanto riesce a dare forma ai loro pensieri, rimpianti, vicende e riflessioni. A confere ulteriore interesse all’opera c’è la tecnica narrativa utilizzata, che accattiva e appassiona il lettore.

Quello presentato è un dramma moderno, metropolitano, figlio del malessere della società attuale.
Durante la presentazione del romanzo, con tono sicuro e pacato, la Bonafini illustra i mali affrontati nella sua opera: racconta su quali aspetti sociali si soffermeranno le sue riflessioni, quali i problemi affrontati dai suoi protagonisti. Ad esempio la solitudine interiore di chi vive nel mondo della droga, i rimpianti di chi una volta uscitone guarda indietro al passato rimpiangendo il male che ha fatto a sé stesso e alle persone che gli sono state intorno. O la vuotezza dei rapporti che si creano in una combriccola di tossicodipendenti. C’è qualche accenno autobiografico, forse. Il più esplicito è dato dal fatto che la protagonista del libro ha vissuto tra Bologna e Buenos Aires, come la sua autrice.

Con le sue belle introduzioni, la Bonafini riesce pienamente a coinvolgere il pubblico nell’intreccio narrativo, ricalcando le caratteristiche delle parole del suo romanzo. La lettura dei brani, forse, avrebbe dovuto affidarla ad un attore teatrale (o ad una coppia di attori): non riesce ad appassionare il pubblico e soprattutto rende difficoltose (anche se viene sempre annunciata) sia una piena distinzione tra i monologhi dei due personaggi, sia la completa immedesimazione nel narrato. Ma a parte questo, devo dire che non c’è che da esprimere giudizi positivi riguardo il lavoro svolto dalla giovane autrice.

(Stefania Carta)

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