Lunedì, 23 Aprile 2012 21:34

RicostruiamolAQ

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RicostruiamolAQ Foto di Francesca Paolini
Di solito il titolo è l’ultimo elemento che chi scrive mette a coronamento delle proprie parole. Senza dubbio è da considerarsi l’elemento più creativo del pezzo, di cui, se azzeccato, andare fieri. Il titolo che ho scelto stavolta, invece, non è mio, l’ho rubato e ne vado fiera.



RicostruiamolAQ” è la scritta che campeggia in questi giorni a Piazza Duomo a L’Aquila, dove lo scorso 6 Aprile si è svolta la terza commemorazione per le vittime del terremoto, che ha risvegliato una comunità ormai segnata. Al etichette foto miacentro, una grande tenda bianca è il presidio dell’Associazione culturale Animammersa, che per quest’anno ha lanciato il progetto Mettiamoci una Pezza. Si tratta di un atto creativo collettivo.
Le organizzatrici – perché di donne si tratta - hanno tristemente individuato una delle conseguenze del sisma nella totale mancanza di colore nel centro storico. Persino lo scrittore israeliano David Grossman lo aveva dichiarato in un’intervista a Il Centro durante la sua visita in città. Una mancanza che denunciava l’assenza di vita in una delle città d’arte più importanti d’Italia. La latitanza di una politica intelligente sulla ricostruzione l’ha resa una città ai ferri corti, che però riesce a dimostrare ancora un’energia creativa che trasmette tanta voglia di tornare a colorare di vita le viuzze strette del centro. E così è nata l’idea di una specie di adunata, una chiamata ai “ferri” a tutti coloro che volevano dimostrare, insieme agli aquilani, che la situazione della città non sta passando inosservata. E allora, Mettiamoci una pezza: chiunque avesse voluto partecipare è stato chiamato a realizzare pezze o fiori di diverse dimensioni foto miarealizzati ai ferri o all’uncinetto, di qualsiasi colore, filato o materiale. Le pezze sono state spedite all’associazione che pazientemente le ha cucite insieme per poi coprire i monumenti della città, i lampioni, le fontanelle, i tubi di ferro delle impalcature che puntellano praticamente ogni muro. Con immensa sorpresa delle promotrici, la risposta ha lasciato senza parole: più di 500 pezze sono finite negli scatoloni postali, da tutta Italia e dall’estero.
La città, e in particolare il centro storico, a partire dalla notte del 5 Aprile si è vista ricoprire di lane e cotoni colorati, da quadrati semplici e da piccole opere d’arte in cui la creatività ha abbracciato l’emozione suscitata inevitabilmente, purtroppo, da quella che è stata una delle catastrofi più gravi degli ultimi tempi. Perché la situazione a L’Aquila è gravissima e non testimoniarlo sarebbe una colpa ancor più grave.

Le prime azioni di Urban Knitting (to knit in inglese significa “fare la maglia”) sono state realizzate una decina di anni fa negli Stati Uniti, in Australia e nel Nord Europa, di solito ordite da artisti che, come i più noti graffitari, mirano ad intervenire nell’anonimo arredo urbano apportando un tocco ironico, tenero e colorato.

Ma Mettiamoci una pezza rappresenta molto di più di un intervento creativo, si tratta di un’azione che ha messo in connessione le vite di persone lontane, tutte partecipi di un atto profondamente civile.
La mattina del 6 Aprile Piazza Duomo era una tavolozza di colori in fieri: pezze sulle panchine, pezze sulle due panchina foto miafontanelle, pezze in alto sui ponteggi, sugli scalini che scendono al parcheggio ora inutilizzato, l’edicola chiusa completamente avvolta e, naturalmente, pezze sul tendone bianco in cui, accanto ad un’esposizione fotografica che mostra i gioielli architettonici della città, ammucchiate in un gioioso disordine di scatoloni, ancora tantissime pezze. Cinquantacinque pezze e altrettanti fiori sono anche sulle transenne della Casa dello studente, probabilmente la vista più dura della città.
In questo terzo anniversario, dalle macerie degli edifici si è levato un messaggio profondo che l’espressione creativa ha reso meglio di tutti i discorsi-fiume che, come al solito, si tengono in questi casi. Più che i politici, gli amministratori, gli architetti o gli ingegneri, hanno potuto le donne con il loro eterno lavoro di cura e quel saper fare spesso artistico che resta nascosto nella vita quotidiana. Questo è il solo vero e proprio miracolo dopo il terremoto.

Francesca Paolini

Foto di Francesca Paolini

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