Giovedì, 21 Aprile 2016 16:18

"Certifichiamo l'Arte", parola di MytemplArt

In occasione di Mia Photo Fair abbiamo intervistato Gianni Pasquetto general manager di MyTemplArt

Pubblicato in Interviste
Sabato, 12 Dicembre 2015 17:39

“La musica indie? È filosofia morale”

Si chiamano “Any Other” e il 18 settembre hanno pubblicato il loro primo album, dal titolo “Silently. Quietly. Going Away”. La formazione è composta da tre elementi: due ragazze e un ragazzo. Niente di più semplice dal punto di vista musicale: basso, chitarra e batteria. Però sorprendono, rilassano e regalano un flashback di qualche decennio, quando il grunge invase il mondo e senza volerlo lasciò una traccia violenta nell’adolescenza di una generazione. Non siamo di fronte ad un capolavoro, ma il primo ascolto di questo disco è già una folgorazione, quasi una speranza nell’omologazione generale.

Abbiamo intervistato la frontwoman della Band, 21 anni, studente di filosofia, ex componente delle Lovecats. Si potrebbe ascoltare la voce di Adele Nigro, la cantante, quotidianamente, senza rischiare di annoiarsi; perfettamente cullata dal basso e dalla batteria, nella legittima ruvidità della gioventù. In meno di 3 mesi dall’uscita dell’album hanno già calcato decine di palchi con soddisfacente riscontro di pubblico.

Un consiglio: andate ad un loro concerto.

Domanda canonica, perché Any Other?

Il nome è nato a seguito di una ricerca che abbiamo fatto io ed Erica, cercavamo un nome che ci piacesse sia dal punto di vista grafico che sonoro; e quindi abbiamo scritto una serie di parole che ci piacessero in questi termini. Alla fine abbiamo trovato questa accoppiata che in realtà è anche il riferimento ad un disco che ci piace molto, “Any other City” dei Life Without Buildings. Ci piaceva anche il fatto che nel significato del nome ci fosse anche un senso di indeterminatezza, che non fosse qualcosa di definito al 100%, tutto un po’ ambiguo.

Quali sono le cause che hanno portato alla fine del progetto “Love Cats”?

Fondamentalmente avevamo interessi diversi. Il mio primo obiettivo era quello di suonare, ma non era così per Cecilia, l’altro membro della band.

A settembre avete pubblicato il vostro primo album per Bello Records, “Silently. Quietly. Going away”, se dovessi scegliere il brano più rappresentativo quale sarebbe?

Una sola canzone? Sono indecisa. Ne ho due: “Something” (la traccia di apertura) e “To the Kino again” (l’ultimo brano). In entrambe c’è il desiderio di riscatto verso il mondo esterno.

Io preferisco “Roger Roger, Commander”…

Roger Roger parla della mia storia personale, della mia famiglia; solo che non mi andava di scrivere certe cose in maniera esplicita, per tale motivo, in questo brano, utilizzo molte metafore. È una canzone attraversata dal pensiero “Ok basta, ci sono delle cose dannose che devo sradicare dalla mia vita”.

L’essere donna ha rappresentato una difficoltà a inserirti nel mondo della musica?

Ci sono delle difficoltà, ma non è una difficoltà di inserimento. Non abbiamo riscontrato problematiche di genere. Diciamo che ci sono dei problemi oggettivi a livello di sessismo. Siamo stati fortunati nel trovare un’etichetta come Bello Records, la quale ha creduto in noi. Certo, in alcuni casi le persone si prendono delle libertà dovute al fatto che sono una ragazza: apprezzamenti fisici, frasi moleste oppure una disparità di trattamento ad esempio quando si tratta di fare un sound check. È capitato di arrivare in un posto, io chiesi dove potevo mettere il mio amplificatore per microfonarlo e il fonico non mi ha nemmeno guardato in faccia. Lui è andato da Marco (il bassista della band ndr) a chiedergli cosa dovesse fare con il mio amplificatore, ma parlane con me no?

Tu studi filosofia vero? Se dovessimo accostare la musica indie alla filosofia, con quale movimento filosofico o filosofo la identificheresti?

Mi viene in mente Judith Butler, i suoi studi si concentrano sulle problematiche legate al genere, e alle discriminazioni di tipo sessista. Tali aspetti appassionano molto sia me che Erica (la batterista). Per quanto riguarda una branca della filosofia, potremmo considerare la musica indie come la filosofia morale.

Ma perché avete deciso di pubblicare un album in inglese?

Bè, perché no? Io ho sempre scritto canzoni in inglese e quello che ascolto è per il 99% cantato in inglese, per me viene naturale. Inoltre, nella prospettiva di uscire dall’Italia, farlo in inglese è la cosa migliore.

E quindi, quando farete un disco in italiano?

Non lo faremo mai! Per quello che mi riguarda i testi mi riescono meglio in inglese. Avevo provato a scrivere qualche canzone in italiano ma il risultato è stato veramente pessimo.

È vero che la tua generazione è composta per gran parte da bamboccioni?

Non è assolutamente vero! Ci sono tante persone che si impegnano e cercano di essere indipendenti nel migliore dei modi.

Riguardo quello che è successo a Parigi il 13 novembre 2015. I media, le istituzioni, hanno sviluppato la narrazione partendo dal fatto che tali tragedie, rappresentano un attacco al modo di vivere occidentale. Come se nelle altre parti del mondo, ad esempio in Siria o nel Medio Oriente in generale, alle persone non piaccia andare ad un concerto, al ristorante, ad una partita di calcio. Come consideri tale rappresentazione della realtà?

Credo si debba stare molto attenti nel fare discorsi di questo tipo, perché non fanno altro che allontanarci l’un l’altro. Non bisogna generalizzare e cadere nel razzismo. Quelli che fanno parte di un’altra cultura sono nostri fratelli.

Ti piacerebbe partecipare ad un Talent?

Non mi piacerebbe assolutamente, mi è già stato proposto più volte ed ho sempre rifiutato. Mi fa schifo l’idea di farsi conoscere in quel modo. Mi sembra assurdo che una persona che ha a cuore la musica, sia disposta a mettere in mano se stessa in contesti del genere, senza nessuna libertà artistica.

Come immagini il tuo futuro?

Sogno il mio futuro suonando 7 giorni su 7, ancora a scrivere canzoni, a registrare con Erica e Marco. Spero di farcela insomma.

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Nel mare magnum che avvolge il mondo della rete come può tutelarsi l’industria culturale? Parliamo di creatività, remunerazione e licenze con Maria Letizia Bixio, avvocato esperto di diritto d’autore, consulente nell’ambito della collaborazione CREDA ( Centro di Ricerca di Eccellenza Diritto d’Autore) – MIBACT (Ministero dei Beni e delle attività culturali del turismo).

Nell'era dei social network, nell'idea di Internet come banche dati accessibili a tutti e dell' open source, ha ancora valore parlare di copyright?

Direi con certezza oggi più che allora! L'esperienza globale del diritto d'autore, è conseguenza diretta dello sviluppo tecnologico. La nascita del diritto d’autore, il presupposto della sua esistenza sta nella necessità di tutelare i creatori dinanzi ai possibili, incontrollabili e infiniti sfruttamenti da parte degli utilizzatori.
Oggi si parla molto di diritto di accesso alla rete; indubbiamente la condivisione e la fruizione di contenuti culturali è fonte di crescita sociale, ed è giusto quindi parlare di diritto alla cultura e all’informazione, tuttavia, bisogna fare attenzione a non dimenticare che dietro l’industria della rete c’è l’industria culturale, che è per così dire la “fucina” dei contenuti creativi. Ora, in questa geometria di rapporti economici, non si deve dimenticare una giusta remunerazione per gli autori e per il proprio lavoro. Infatti, ove si forzi troppo sull’accesso incondizionato ai contenuti della rete, trascurando i meccanismi di retribuzione del lavoro intellettuale, ad una crescita di tecnologie e sistemi per velocizzare l’accesso corrisponderà un drammatico impoverimento dell’offerta culturale. Allora, mi chiedo, avrà più senso comprarsi tablet, smartphone e fare abbonamenti per connessioni ultraveloci quando non ci sarà più molto da scaricare, poiché compositori, scrittori e artisti, impossibilitati a sostentarsi, avranno diminuito la loro produzione?

Cosa pensi del copyleft e dei creative commons?

Credo siano realtà molto strumentalizzate. Il copyleft è un modello alternativo di piena applicazione del diritto d’autore, è un insieme di regole che segna più che mai la “signoria” assoluta dell’autore sulla propria opera, mettendolo in condizione di decidere come, a chi e a che condizioni far sfruttare i propri lavori. Non vedo margine per tutta quella millantata libertà, nè un contrasto con le regole del copyright! Insomma destra o sinistra, si tratta di forme diverse di applicazione di strumenti giuridici entrambi volti alla tutela dell’autore.
Le licenze Creative Commons, non sono altro, lo dice la parola stessa che “Licenze”, quindi strumenti per regolamentare l’uso di un bene. Ecco direi che al netto della demagogia che vi ruota attorno non ci sia molto altro da aggiungere.

La stampa 3D e l'addictive manufacturing. Quali complicazioni sorgono per proteggere le opere?

La tecnologia 3D non è una novità. Il ritorno in auge dell’argomento è dovuto semplicemente al fatto che il brevetto FDM di Stratasys è da poco scaduto, quindi assistiamo ad un proliferare di produttori di dispositivi e ad un vero e proprio boom di applicazioni di tale tecnologia. La vera novità è dunque solo la crescente accessibilità tramite la commercializzazione di stampanti 3D di piccole dimensioni a prezzi modici. Le complicazioni credo nascano da questa democratizzazione che affascina i creatori e preoccupa i giuristi! Il timore maggiore è che la stampa 3D possa mettere in ginocchio il mondo dei designers, così come è avvenuto pochi anni fa per l'industria musicale. Se l’avvento di piattaforme di condivisione di file digitali ha rappresentato una breccia per la moltiplicazione del fenomeno della pirateria di opere letterarie ed audiovisive, la diffusione delle stampanti 3D trasforma inevitabilmente il sistema della acquisizione di prodotti, sia essa legittima che non.
L’impiego della stampa 3D solleva in primo luogo alcuni interrogativi circa il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale questo poiché ampie sono le applicazioni che se ne possono fare. Dalla riproduzioni di opere d’arte, a oggetti di design, a manipoli per la chirurgia, a protesi, ossa, vinili, gioielli e molto altro.
Tali applicazioni si riflettono nella altrettanto estesa gamma di diritti con cui sono in grado di interferire, quali i diritti d’autore, i brevetti, i marchi, i disegni industriali. Ma non solo. Ad esempio un tema potrà essere come assicurare la tutela del consumatore rispetto alla sicurezza dei prodotti, alla loro tossicità, alla possibilità di eludere i divieti concernenti la produzione di oggetti pericolosi.. le normative di settore.. Insomma non è chiaro ancora come andranno applicati questi standard di sicurezza per i prodotti fabbricati in 3D direttamente dai singoli, e soprattutto chi sarà responsabile in caso di violazioni?

Allo stato attuale, quali le specifiche normative da introdurre per garantire un'adeguata tutela in sintonia con le trasformazioni tecnologiche?

Non vedo necessario un cambio di paradigma. La legge 633/41 a tutela del diritto d’autore, infatti, ha in tutti questi anni sempre ben assorbito le innovazioni nelle maglie di un sistema elastico in grado di ben adattarsi alle sollecitazioni del progresso.
Inoltre la stampanti 3D per quanto innovative, son pur sempre stampanti, quindi tra la disciplina della reprografia e la disciplina del diritto di riproduzione, possiamo dire che le regole già ci sono, l’importante è che siano applicate.
Le uniche difficoltà che vedo in ambito 3D riguardano la definizione dei confini della protezione. Mi spiego. Problematico sarà individuare l’opera ai fini dell’individuazione dell’oggetto della tutela. Il file della scannerizzazione o piuttosto l’oggetto stampato? Cosa va tutelato? E di chi sarà la responsabilità in caso di una riproduzione illecita? Di chi crea il file, di chi ha digitalizzato l'oggetto, o di colui che ha postato il file digitale, di chi lo stamperà, di chi lo userà? Qui forse un aiuto proviene dalle norme che regolamentano la responsabilità del provider, Dlgs 70/2003 (di recepimento della direttiva 2000/31), ma di certo andranno rilette ed adattate alla luce delle potenzialità di questo insidioso macchinario.

Le soluzioni pratiche che a mio modo di vedere sono profilabili sono cinque.
In primo luogo potrebbe verificarsi una massiccia azione legale nei confronti dei siti che già oggi permettono l’upload di file per la stampa 3D, come è avvenuto per l’audiovisivo anche grazie al regolamento AGCOM.
Altrimenti ci si potrebbe indirizzare verso forme di tutela che intervengano direttamente sui file; i DRM, rappresentano una forma di self-enforcement, fondata principalmente su sistemi di criptazione e limitazione dell’utilizzo. (Si tratta di una chiave tecnologica per controllare l’utilizzo che gli utenti fanno di un determinato contenuto digitale, affinché tale sfruttamento si mantenga all’interno delle condizioni generali stabilite dal produttore/venditore).
La strada più plausibile è però quella di far circolare i file da stampare mediante apposite licenze, eventualmente quelle Creative Commons.
Da valutare sistemi di prelievo ex ante come la copia privata. Infine, forse, la risposta va trovata nella tecnologia stessa. Infatti, l’implementazione nei futuri macchinari di sistemi in grado di impedire la stampa di file 3D non autenticati sembrerebbe riscuotere maggiori consensi.

Hai accennato alle tasse sulle nuove tecnologie, possiamo approfondire?

Assolutamente no. Non parlerei mai di “tasse” sulle tecnologie. Ecco un altro argomento che tende ad essere facilmente strumentalizzato! Quello a cui mi riferivo è un sistema di tutela ex ante che consente la remunerazione degli autori in via forfettaria, o quantomeno un indennizzo forfettario, sui possibili sfruttamenti incontrollabili delle proprie opere che avvengono grazie all’impiego di un dato dispositivo. Analogamente il legislatore ha previsto un equo compenso per la copia privata, che non è una tassa, bensì un sistema affinché quel giusto compenso che deve essere riconosciuto ai creatori delle opere dell’ingegno, gli venga garantito a fronte delle utilizzazioni private non autorizzate che attraverso l’impiego di alcuni dispositivi sarebbero inevitabili. Questo compenso non è a carico di chi acquista lo smartphone o la chiavetta USB, ma del produttore, che è il soggetto che riceve un beneficio dal poter contenere sul proprio supporto un prodotto autorale come una canzone o un film.

Affermi che l'estrema accessibilità alle opere dell'ingegno creativo non ne deve sottintendere la totale gratuità, ma garantire l'esistenza di un'industria di contenuti. Quali i nuovi modelli di business?

LA GRATUITA’ é UN FURTO!, così titolava Denis Olivennes, il suo saggio in contestazione delle realtà peer-to-peer. Come ho già detto all’inizio l’omologazione del mercato può solo portare all’impoverimento della cultura. Sebbene, quindi, non si possa negare come la circolazione delle idee e della creatività vada incentivata, ciò deve avvenire nel giusto contemperamento con il rispetto dei diritti di coloro i quali alimentano l’industria culturale, che altrimenti si ridurrà a scatola vuota! Perché la libertà di accesso ai contenuti deve implicare necessariamente la gratuità degli stessi?
La sfida sta nel trovare le modalità per assicurare il diritto ad un’equa remunerazione per il lavoro svolto, attraverso il giusto equilibrio con le istanze del web.
Dunque quando la democratizzazione rischia di diventare sinonimo di contraffazione, urgono nuove soluzioni tecniche e giuridiche. In questo ancora una volta il richiamo all’industria della musica che ha saputo trovare nei nuovi modelli di business soluzione al fallimento dello sfruttamento tradizionale.

Monica Matera

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Dal 3 al 6 settembre riparte a Treviso l'Home Festival, uno dei più grandi eventi musicali in Italia. Guardano in alto i ragazzi dell’Home con la loro line up degna dei più grandi festival europei: dagli Interpol a Paul Kalkbrenner, dai Franz Ferdinand (con gli Sparks) a Marracash, passando per Gemitaiz & Madmen, Lo Stato Sociale, Aucan e molti altri artisti ancora in via di definizione. Abbiamo incontrato Amedeo Lombardi, direttore artistico del Festival per farci raccontare dalla sua voce questo Home Festival.

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“Qui nel baratro tutto bene” è il primo album del progetto Bronson composto da Lara Martelli , Pierfrancesco Aliotta e Vieri Baiocchi che si ritrovano dopo anni dall’uscita di Orchidea Porpora, disco sul quale avevano precedentemente suonato assieme. Vieri reduce da un tour con Operaja Criminale e Marina Rei conosce Giorgio Maria Condemi, diventano amici ed è esattamente il musicista che mancava per poter tornare a suonare insieme. Il risultato è puro rock ‘n’roll senza fronzoli con testi che rispecchiano improvvisazione e sensualità. Lara stessa afferma: “Le parole sono arrivate, poi ne ho capito il senso. Mi sono ispirata ai vagabondi del Dharma di Kerouac, ho fatto con la musica quello che di solito faccio quando scrivo poesia: ho chiuso gli occhi e ho improvvisato, ho sondato e sollevato, e credo di aver usato un linguaggio che molti hanno dentro”.

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Incontriamo Ingo a Trastevere, nella prestigiosa sede del Circolo, centro di divulgazione della cultura nordica in Italia e luogo di residenza per artisti scandinavi nella capitale.

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Mercoledì, 01 Aprile 2015 11:59

Intervista a Franco Losvizzero

In occasione di Clio Art Fair 2015 a New York, abbiamo intervistato uno dei pochi artisti italiani invitati, Franco Losvizzero, poliedrico e sempre alla ricerca di nuove forme espressive. 

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Martedì, 01 Giugno 2010 09:48

In bicicletta con i Têtes de Bois

Tetes_de_BoisOspiti della quarta serata, i Têtes de Bois hanno presentato ai MArteLivers il loro ultimo lavoro e la loro filosofia della bicicletta: un modo per riappropriarsi di tempi e spazi che possono appartenerci ancora, in qualche modo. Prima del concerto abbiamo incontrato la voce del gruppo, Andrea Satta. Ecco che cosa ci ha raccontato.

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ottoDopo un lungo periodo di silenzio, tornano a farsi sentire gli OttoOhm e ricominciano proprio dal palco del MArteLive 2010 a far sentire la loro voce. Un nuovo Cd, Combo, e tanta voglia di dire, raccontare, sentiamoli…

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Martedì, 23 Febbraio 2010 21:30

La penombra sottile de Gli Ex

ROMA- Canzoni della Penombra è l’album di esordio de Gli Ex, gruppo dai ritmi incandescenti che ha scelto di commissionare musica e letteratura in uno sbalzo poetico che, alla fine, rende tutto il progetto molto interessante e decisamente innovativo.

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