Giovedì, 02 Agosto 2012 14:26

Il ribaltone, le rape, il fagottello

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il7Qualcuno potrebbe trovare inelegante un articolo che inizi con le parentesi, e allora cominciamo solo adesso ad entrare nel merito de (Le teorie di) Copernico; questa però è la massima concessione che possiamo fare a voi, lettori che fingete di seguirci sulla strada del formalismo ma che invece volete solo leggere di musica senza perdervi in preamboli o pistolotti introduttivi.

E invece, anche stavolta vi tocca (come tocca anche a me): infatti non si può metter tra parentesi la disposizione di questo gruppo romano a capovolgere non i paradigmi scientifici sui sistemi planetari e le loro orbite, ma più semplicemente le credenze sul loro conto senza far cadere barattoli e posate. Mi spiego meglio: qualcuno crede che loro mettano l’astronomia in musica? E invece no, loro si son ben documentati su Copernico che, dimostrando la fondatezza dell’ipotesi già espressa dai greci, riuscì a rovesciare il geocentrismo in eliocentrismo, ma usano le costruzioni teoriche dell’astronomo di origine polacca come metafora per far intuire che loro si ribellano alle Le teorie di Copernicocondizioni esistenti, e che sono stati dalla parte di Bossi solo quando fece, appunto, il ribaltone nel 1994, e sarebbero stati anche dalla parte di Monti se questo, grazie alla spremitura delle nostre tasche, fosse riuscito a capovolgere (ancora un ribaltamento, e ancora una parentesi) l’andamento dello spread facendoci risultare davvero tutti virtuosi e parsimoniosi incalliti. Ma tornando alle inclinazioni non degli assi planetari, ma di questo gruppo che porge l’indie rock con modalità accessibili anche al pubblico amante dell’airplay senza rinunciare ad una espressività giustamente enfatica, siamo spinti irresistibilmente a supporre che, tornando a sfogliare una copia in carta pergamena del De Revolutionibus orbium coelestium, abbiano rilevato anche personalmente alcuni punti fallaci, come l’indicazione di orbite circolari e non ellittiche come oggi sappiamo essere i moti celesti; bastarono però le osservazioni di Copernico ad ispirare le intuizioni di Giordano Bruno su una nuova visione del cosmo, del posto dell'uomo in esso e della divinità. In questa nuova visione volete che non ci sia spazio per “Qualche te”? È questo un brano che si svelle ex abrupto dalla stasi inerziale e si scuote di dosso la freddezza dell’indifferenza per lanciarsi in orbita, arroventato come un meteorite in caduta attraverso l’atmosfera, come se andasse alla carica e all’aasalto di un cuore selvaggio e diffidente che non si lascia conquistare dalla cortese offerta di un ghiacciolo ad Agosto. Ma non ci sono facili strategie, le teorie vanno stu-dia-te! Infatti l’arrangiamento è frammentario, accriccato di ripensamenti e brusche pause, al servizio di una voce che riflette, penetra gli umori, si spezza nelle elucubrazioni sottili mentre il basso sagoma gli andirivieni tra cervello e cuore con fare cogitabondo. Il drumming impetuoso srotola l’ansia di un accomodamento liberatorio, e la chitarra solista a tratti si erge al di sopra dell’irrequietezza, ma senza soverchiare nettamente il collettivo con un assolo, ma inscrivendosi nella generale progressione ritmica; al centro c’è un cambio di tempo repentino che riesuma la carica iniziale, e poi si replica, con le pause, il basso, la chitarra ora che tratteggia impulsi solistici netti, poi i colpi piazzati nella rincorsa e l’afflato potentoso che stavolta avvampa fino al termine, con le pieghe emotive del canto libero che espongono tecnica e capacità d’emozionare, mentre la chiosa sembra classico-orchestrale ma in realtà è tronca e muore così. “Le stelle”, protagoniste lontane delle sistematizzazioni di Copernico, godono di un arpeggio elettrico sornione e ripiegato fintamente nella contemplazione del proprio ombelico prima di esplodere, e tra i sentori dei Nirvana e dei The Cure, e la sensazione di sentirsi sperduti nella galassia dell’esistenza, la voce si dimostra attenta e capace anche sui registri più intimisti, mentre l’ispirazione forgia visioni aggrovigliate in un chitarrismo prima ipnotico, ma più spesso ruvido, che morde il freno cercando di erompere attraverso la propria sofferente passione; il tono si fa teatrale e drappeggi cosmici si ispessiscono fino a farsi ampi tendaggi di un palco su cui la chitarra finalmente si concede dissertazioni marchiate a fuoco sul velluto, ricavate dalla rivisitazione delle opinioni di quegli “esperti” che “guardano, sorridono, perfino capiscono”, ma cosa? Se uno desidera vedere stelle, tirarle giù, scoprirle fredde”, non è tanto facile immedesimarsi, ciò che affascina perché incommensurabilmente lontano e brillante, talvolta, messo sotto al vetrino per un’osservazione ravvicinata, si rivela inerte e grigio. E l’antitesi tra vicino e lontano si carica di sorprese metafisiche urticanti; il testo in italiano si perde nello sventagliarsi della disperazione, ma non il flusso empatico tra gruppo e ascoltatori, che entrano entrambi in rivoluzione, come il pianeta, attorno all’asse del proprio equilibrio, vivendo momenti di vertigine decadente contemporanea. “…Si vende a peso d’oro, una vera grana in dono… Quando hai visto me, quando hai visto me, sono tornato tra”. Tra le stelle. Altra conclusione ghigliottinata, stavolta per impedire che la parola “stelle” spalanchi ancora, come in un loop maestoso, il gorgo cosmico portatore di regali cefalee. L’ampiezza dell’èmpito tormentato avvolge il protagonista del monologo, riempie il suo cono cosmico interdimensionale e lo proietta tra i corpi celesti, dove, superumano ma solingo e purpureo, avrà il respiro infiammato di chi ha misconosciuto le miserie.

The ArtichokeSPotremmo esagerare, adesso, cercando di convincervi della prelibatezza dei carciofi col miele, ma non ne siamo affatto persuasi neanche noi, che restiamo fermi a quelli alla giudìa, ma al contempo apriamo le porte del nostro intelletto esasperato anche ai The ArtichokeS, traduzione anglofona del Cynara scolymus, ma anche forse accozzaglia autoironica di giovanotti imbelli impermeabili a molti simoli, chiusi in se stessi come lun carciofo, appunto. In realtà i componenti di questo gruppo hanno un “cuore” tenero, sotto le foglie dure e spinose del primo strato, motivo per cui hanno scelto di fare i musicisti per potersi rivolgere sempre a chi li apprezza riservandosi però di non mandarla a dire a chi provoca perché non ha argomenti o non sa parlare, oltre a cantare e suonare. Ma quelli sono le rape, che per quanto le si strizzi non faranno mai sangue! Con “Metal Mate” gli sfrontati ragazzi dopo la rullata iniziale che fa da trampolino elastico offrono una veloce e irridente impalcatura per il pentimento d’un metallaro; questa è costruita con un riff ritmico eseguito a ca-scata come se non volessero perdere troppo tempo nella conversione di questo, che per loro è un amico un po’ broccolo (restando tra gli ortaggi), ma sullo sfondo della linea vocale la stessa stringa chitarristica si fa più sorda e smorzata, sottintendendo la necessità di prevenire la reazione dell’amante degli Iron Maiden. I Carciofi vengono dalla California ed hanno tutto il disincanto indie spinto degli anni del college, ma gli appassionati dei Motley Crue sono potenzialmente pericolosi… The ArtichokeS però hanno l’agilità di chi se ne frega delle pretese epiche e rilancia tutto con una buona dose di ironia scazzata che si pasce di un presente in cui tutto va a cavolo di cane, e loro ci sono preparati tanto da mangiare schifezze in poltrona guardando in TV le repliche di Beavis and Butthead! In un passaggio strumentalmente più cupo, il vocalist lancia uno scream, quasi un’invocazione di cui non cogliamo bene il senso, ma immaginiamo che l’amico figlio del Metallo sia arrivato sotto casa armato di catena. È possibile che la risposta acida gli arrivi dal primo piano della villetta, da dove il Beavis –carciofo gli versa addosso una ciotola piena dell’urina del suo gatto e poi lo consola dicendo: “Tanto è estate, s’asciuga subito!” Il finale torna indie rock, iterativo e scanzonato ma anche un po’ velenosetto. Ci sarà una rivincita? Chissà che direbbe il vecchio Max!.. Ma bando agli amar-cord e passiamo a “Teddy Picker”, una cover degli Arctic Monkeys in cui si criticano i reality show citando quei box col braccio meccanico che deve catturare un oggetto da vincere come giocattolini, orologi o peluche come l'orsetto (Teddy bear) ed inoltre si contestano anche i Duran Duran; ebbene qui all’andamento sincopato della angolosa chitarra, che condivide con la sezione ritmica una coloritura punk-blues ingrugnita e un po’ meccanica, corrisponde una voce che ci conduce tra gli abborracciati passatempi di un personag-gio, vogliamo immaginare, che si chiama proprio Teddy Picker e che bazzica i bassifondi come un piccione che va in cerca delle briciole. Le strofe costringono a star su chi vive, e il ritornello è mosso ed esibisce una chitarra solista con una tonalità più alta, quasi a voler dare un tocco di visionarietà alla vicenda di Teddy, come confermato anche dall’assolo della parte finale, a cui segue una serie di stop&go con la voce che invece mitraglia delle frasi ad indicare la concitazione della rissa finale, in cui Teddy perde un occhio, che finisce in una buca del tavolo da biliardo! Forse il buon Cicius avrebbe potuto intervenire in tempo, ma non lo ha fatto perché si sa, guai a toccargli i Duran! “House of the rising sun”, altra cover, stavolta degli Animals, anche se questo blues ha origini molto più antiche, resta piuttosto aderente al modello, anche se appoggia più sul basso; d’un tratto però il riff ciclico scampanante si spegne, l’arrangiamento si fa più secco, ed il riff ricompare ma in versione hard, più strappato e ruvido, con la batteria che si agita e la chitarra solista che folleggia in un clima gastrico, a cui poi riesce a riagganciarsi lo stesso la ripresa in stile Animals, anche se nel finale la voce sbraca imbastardita: la House of the Rising Sun, non dimentichiamolo, era un bordello di New Orleans! Al basso e alle distorsioni stridule accattivanti dei Muse in “Citizen erased”, The ArtichokeS rispondono con una cover che tira via senza stare a piluccare sulla pienezza del suono, ribollisce un tantino più impastata, ma rende più torvo il binomio bass-drums e partorisce purtroppo, nel cantato, un falsetto un po’ sofferto. Il pacchetto di brani sul myspace finisce con un’altra cover, quella di “Hate to say I told you so”, dei The Hives; The Artichokes sono qui perfettamente a loro agio, il pezzo è nelle loro corde, con l’adrenalina anfetaminica che anima l’interpretazione conducendola sui binari divergenti del delirio schizoide d’onnipotenza; il riff ritmico è ossessivo e maniacale, la traccia vocale sembra pretendere che davvero vada tutto come uno vuole e pretende e lo sguardo spiritato è un deterrente per chi vuole smentire un’impostazione sonora da “…tutto e subito con pochi accordi e tutti si inchinano, è vero, odio dire ve l’avevo detto: ora al manicomio mi faranno un contratto, l’ospedale è una major e non tollero ingerenze nella sala di registrazione, è imbottita solo per non farmi dare le craniate al muro, cosa credete?”.

Rui Costa? Ragazzi cari, di questo passo questa rubrica diventerà il must irrinunciabile per chi vuol farsi una culturaRui Costa enciclopedica! Ora mettiamo in gioco anche gli ex centrocampisti di livello internazionale! Ma è possibile calibrare la propria proposta musicale proporzionandola su un lancio in profondità, o strutturare il pentagramma dei passaggi strumentali più viscerali formattandolo sulla capacità di distribuire il gioco del rimpianto capitano della Fiorentina? È una sfida! E infatti questo gruppo di intrepidi musicisti forse male in arnese dal punto di vista della integrità non psichica ma magari melodica ci costringe sin da subito a stra-buzzare… le orecchie con un sound che balza su dal nulla all’improvviso con piroette eccentriche alla chi-tarra ed un sostrato di batteria e basso che sembra voglia mettere sotto sforzo i tendini di tutte e quattro le estremità degli esecutori, perché il riff è ispido nella sua genialità e ci riporta alle stravaganze apparen-temente sfaccendate di un Frank Zappa; parliamo di “L’artificio del dubbio nel chitarrista solista dei Pearl Jam”, laddove il gruppo grunge, pur molto amato, non lo vediamo capace di mettersi in questione in questo modo passando un’intera estate tra gli strabici. I giri di parole qui non valgono a seguire con gli occhi, infatti, i giri stravolti di una chitarra che sembra sempre mimare l’avvio di qualcosa, ma poi smentirsi dando tutto il resto per scontato e rimpinzandoci invece dell’arzigogolo che normalmente manca. Qui siamo al virtuosismo bracalone su base indie rock; ci sono pause ma tanto per ricordarci quanto il dubbio, se posto come artificio, può rendere dissociato chi non sa maneggiare gli strumenti del proprio contorsionismo. “Strage annunciata, quando l’amore finisce in Norvegia” inizia con un tenue e inquietante barbaglio elettronico, poi si intrecciano in un’arpeggio umbratile basso e chitarra, indi si proietta sul nordico scacchiere sentimentale un jazz-rock del malessere, anche se compiaciuto, con i germi elettronici ancora in circolo, la batteria che pare un rollare di percussioni e occasionali schitarrate isolate sbullonate tipo quelle di Robert Fripp in Larks Tongues in Aspic. La tastiera trova il tempo di far emergere un filo di ghiaccia melodia eterea in mezzo al masticamento, ma poi la situazione si corrompe, l’accenno melodico si perverte in distorsioni e specchi squagliati mentre le due identità così sommariamente accoppiate si picchiano coinvolgendo anche parte della famiglia di lei, che perde i pezzi perché la sorella rantola reggendosi il seno floscio, mentre il padre si fa andare di traverso la verdura e la madre picchia coi pugnetti sul telefono riuscendo involontariamente a chiamare l’ambulanza! Alla fine tutto tace, ognuno ha preso la sua strada e fa freddo e tira vento sui fiordi; ma che razza di gente! Sarebbe potuto succedere anche a “Roma”? Naaa! Quest’altro pezzo è molto più screziato, vive di baluginii e dei raggi pseudo-melodici di un riff pigrotto, che s’accomoda sopra il variegato tappeto in sommovimento ed invita alla contemplazione distaccata delle rovine, viste più che altro come un set in cui far passeggiare la propria fidanzata tutta in tiro, mentre il brano prende una venatura funky e vien voglia di fare i giangioni col cappelletto da baseball ed un mazzo di cartoline della stazione tiburtina in mano. C’è un momento più assertivo verso la fine, perché nel traffico un pachiderma che ha una ditta di traslochi ha fatto le corna dal finestrino del camioncino, ma nel finale il glissando svanisce in un’ubriacatura languida. “Tommy dei Mo-torhead” contraddice sfacciatamente il titolo con una serie veloce di accordi, ripetuta già dall’apertura, che ricorda “Fearless” dei Pink Floyd (da Meddle) e che qui è alternata all’accenno di pesanti scariche monocordi che poi volgono ad un andamento macinato lento, cui si aggiunge il tono allarmante irto in verticale ma sen-za crederci troppo. La struttura, anche se è difficle stabilirlo con certezza, più o meno si ripete, con il con-torno di un vocalizzo sussurrato, tra il miagolio e lo sbadiglio: il lassismo dello schizoide in convalescenza. “Pezzo scuro” dimostra di potere, ma non volersi forse calare fino in fondo neanche in progressismi troppo dark, perché, a parte il ronzio rumoristico dell’avvio, si pasce di un arpeggio chiaroscurale pensoso e arro-tolato nel buio accumulo del drumming sordido e con chitarrismi irruenti e vigorosi che a scatti danno forma a dei volumi i quali crescono e assediano lo spazio creando infine una gabbia di ombre in cui si avvoltola un essere convulso che si trascina come un fagottello senza nome, che non verrebbe adottato neanche se lo vendessero a PortaPortese e dicessero che è la mascotte di Rui Costa il calciatore! Il gruppo Rui Costa, invece, oltre ad essere molto tecnico, se ne intende di pastoni ed impasti ambigui!

Il_7 – Marco Settembre


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il7

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