Giovedì, 05 Aprile 2012 21:58

José Muñoz: di cultura e intrattenimento

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[STRIP TEASE – FUMETTI MESSI A NUDO]
diegociorraNon ho mai capito chi usa la parola ‘intrattenimento’ per criticare. Tutta la cultura è intrattenimento. Ci intratteniamo da sempre in questo percorso della vita raccontandoci storie, creiamo ipotesi di senso proprio a partire da ciò che ci narriamo”.



José Muñoz è esattamente ciò che sembra: un uomo diretto, che punta sull’essenzialità delle cose ma che allo stesso tempo sa caricare ogni argomentazione di una teatralità tutta sua.
Probabilmente è merito del suo sangue argentino, terra di sofferenza e romanticismo, una patria che va ben oltre il DSCN0338tango e Maradona. Terra malinconica e dallo spirito indomito, terra di dittature e dagli innumerevoli figli dispersi. Come Carlos Sampayo, che con José dovette abbandonare il suolo natio per cause politiche. Esuli latini in Europa, come molti altri prima di loro, in giro tra Francia e Italia, due nazioni che, insieme all’Argentina, erano legate da un fortissimo sodalizio culturale: il fumetto. Muñoz e Sampayo si dedicarono così a una delle cose che sapevano fare meglio, e il risultato colpì i lettori di Alter come un pugno sul mento durante un doposbornia: Alack Sinner, l’eroe che non ti aspetti, un Dick Tracy dal cupo cinismo degno di un reduce, dalla moralità sconfitta e dall’autodistruttività galoppante. Un eroe suo malgrado, che fa del bene in maniera istintiva, perché ormai i suoi muscoli erano stati allenati così e ora è difficile fermarli.

Ma Alack non è che la punta dell’iceberg di quanto emerso durante l’incontro dello scorso 18 marzo a Roma, presso l’Auditorium Parco della Musica. Ospite di “Lezioni di Fumetto”, una serie di incontri dedicati alla nona arte e presentati dall’editore Francesco Coniglio e dal giornalista Luca Raffaelli, il buon José è un calderone di aneddoti. Da come una vignetta pubblicitaria lo affascinò tanto da iscriversi a dodici anni presso la Escuela Panamericana De Arte alle sue timide disavventure come apprendista di Solano López (chi non lo conosce è perduto), l’amarcord di Muñoz è tutt’altro che nostalgico. I suoi aneddoti sembrano essergli accaduti nella scorsa settimana, sebbene parla di eventi e persone che rappresentano la spina dorsale della storia del fumetto mondiale. “Mi recai a scuola con mio padre, e la prima persona che vidi fu Hugo Pratt. Ne conoscevo l’aspetto perché sin da quando avevo nove anni adoravo il suo Sergente Kirby, e lo trovai vestito come uno che veniva dalla Patagonia, con i pantaloni da fantino e gli stivali sopra il ginocchio. Tra i disegnatori, Van Gogh e Pratt sono tra quelli che mi affascinano di più, supremi traffDSCN0351icanti di emozioni. Quello che ottengo è amore, sentimento, ogni volta che guardo quelle foglie che Pratt era capace di creare con un colpo di pennello. Foglie immobili che tremavano”. Negli anni successivi il suo professore fu Breccia, “un tipo eccellentissimo, un grandissimo signore. Un grandissimo talento”.

Per quel che riguarda la sua creazione forse più nota, Alack Sinner, Muñoz fa subito luce sulla diatriba che questo fumetto si porta dietro sin dalla prima pubblicazione: nell’ultima vignetta della prima tavola vediamo il protagonista in un atteggiamento del tutto antiestetico, mentre orina nel bagno di casa sua. All’epoca questo riquadro causò notevoli polemiche (attizzate anche di più dalle missive di un Oreste Del Buono sotto mentite spoglie). La spiegazione di José è secca quanto semplice. “Si vede che doveva fare pipì, no?”. Poi va più nel dettaglio: “eravamo molto influenzati dall’arte dissacrante dell’America del nord di quegli anni, in cui veniva enfatizzata una finta ineleganza. Poi c’era il nostro binomio, scrittore e disegnatore argentini e antidisneyani. In pratica l’idea saltò fuori con molta calma, durante la conversazione: ‘Adesso facciamo Alack Sinner che fa pipì”.
Nelle spiegazioni di Muñoz c’è sempre un ritmo, tipico dei mattatori. Il tempo dell’applauso, il tempo del silenzio contemplativo, e anche il tempo del divertimento personale, quando insieme a Francesco Coniglio mostra le pagine de Il Dibujante, rivista argentina anni 50 che segnò profondamente il suo percorso artistico. E anche il tempo delle amare considerazioni. “L’economia, la paura… Siamo in un momento di grande confusione, che ha fatto scendere la qualità della nostra sceneggiatura. E noi, che siamo i disegni, bei disegni, restiamo da soli cercando un senso”.
Per José la visione storica ha una matrice dualistica. C’è la Grande Historia, “quella terribile, imperialista”, quella che ha coinvolto vite umane strappandole dal loro normale corso, come molti esuli argentini hanno vissuto sulla propria pelle, e poi c’è la piccola historia (o historieta, che guarda caso in spagnolo vuol dire fumetto), vista DSCN0344attraverso le nostre opere e i nostri racconti.
Ma dopo anni di historietas era arrivato il momento di fuggire verso qualcosa di nuovo. Ne è nata la mostra di dipinti astratti Encres, presso la Galleria Nuages di Milano fino al prossimo 21 aprile. “Sono andato sull’astrazione della figura umana – spiega l’artista – per allontanarmi dalla Historia, dalla historieta, e perfino da me stesso. Sono sempre stato accusato di ‘artisteggiare’ sul fumetto e di fumettizzare l’arte. Quella di adesso è invece una sorta di visita al pianeta Terra vista all’interno della galassia, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo”.
Possiamo intrattenerci bene o male, ma mai parlare di intrattenimento come qualcosa di contrario alla serietà. “Ognuno di noi ha la possibilità di cantare la sua canzone, la mia la potete criticare. Ne potete criticare il mezzo. Ma quando cantiamo cosa ci mettiamo dentro? Che temperatura emotiva? Dove arrivano le nostre ossessioni o la nostra mediocrità? A me piace disegnare, e mi piace farlo in maniera narrativa. Quando ho a che fare con gerarchie di tipo tascabile, che cercano di definire in generi, una volta ci litigavo. Adesso preferisco svincolare”.

Giampiero Amodeo


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