Sabato, 31 Marzo 2012 21:27

Il sospensorio, la dea, le calze rotte

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il7Carlo Senna viene da Acilia, dove nel 2004 o nel 2005 abbiamo personalmente preso parte ad un medio-metraggio incentrato sulla figura di uno strapazzone che per riconquistare la sua ragazza infermiera, si è fat-to rinchiudere nel manicomio fingendosi matto.



Fingendosi?? Carlo Senna invece ci sembra animato da un certo entusiasmo giovanile (che a noi va e viene), ma questo non è immotivato né manifestato in forme troppo anomale, come facendo esplodere televisori vecchi alla fermata Ottaviano della metropolitana, quindi ci sbilanciamo e lo dichiariamo sano. Ciò però non toglie che lui abbia Carlo Sennauna sua originalità che gli deriva dall’avere improntato la sua ricerca sia al songwriting classico dei cantautori italiani, sia alle strutture più robuste e sofisticate del rock britannico. Pare che poi l’essersi messo a seguire questo doppio binario l’abbia portato non alla schizofrenia ma ad una molto più appagante e lucrativa spon-da elettronica, su cui ha tra-scinato (col consenso della famiglia intera, supponiamo) anche il fratello Simone “Zibo” Senna, che certo, per principio, non si tira indietro mai! Ma anche i Live Overdubs, il suo duttile gruppo di sostegno, hanno la loro responsabilità, nella messa a punto di questo sound. “Mobiles (electric)” è intessuto di suoni pianistici elettronici che si condensano in un flusso emozionale madreperlaceo pregno di urgenze intime e impastato con una chitarra rock di stampo un po’ latino, in un convulso emotivo in lotta coi demoni di un amore impossibile che vuol lasciare un testamento faustiano, non si sa, ma di certo la personalità vocale sembra ricrearsi un’aura bruciante di angelicità in pericolo, come nel “Grace” di Jeff Buckley. Il piano che sgocciola tutt’intorno note a volte incaute derivate da un’ipnosi sul punto di spezzarsi, e la percussione creata con un battito di mani simulato, sono tartassati dal trillo insistente di cento telefoni cellulari con sonorità simil-analogiche, mentre la voce impasta la sua disperazione accorata perduta tra mille chiamate, invocazioni e “Mi richiami?” come se fosse il necessario contrappasso di una gioventù stracarica che persegue in ogni piccola cosa la sua personale riedizione di “Fandango”. Il “Blues dell’emigrante” galoppa brontolando il suo fiero malessere su strade assolate in direzione espatrio che ancora implorano un tramonto in una taverna amica, mentre la chitarra lavora su fitti fraseggi in simbiosi con la tastiera altrettanto profondamente bluesy, sulla scorta dei Traffic o degli Animals; la voce rende tutto più vicino a noi provincialoni tirando fuori un testo in italiano in cui “mogli e buoi dei paesi tuoi” sembra un retaggio proverbiale da lasciarsi alle spalle nel momento in cui ci si mette in viaggio verso gli States, per sfuggire ad una crisi condita da “sfruttamento strabico”: “Questa è la nostra sorte ria”; l’assolo di armonica è eloquente, ma è funzionale ad un discorso attualizzato, in “un blues che “di nostalgico non ha niente se non l’abito”, almeno ufficialmente, essendo stato costruito da ragazzi dell’Università che hanno creato un’onda definibile come “l’esercito del precariato, il baluardo della dignità. L’assolo di chitarra west coast anni ’70 ci sta tutto, eppure non ci pone al riparo del tutto dalle temute prossime manipolazioni furbette dell’Articolo 18. “Unnamed” inizia con un borborigmo di tastiera che sembra annunciare un pezzo noise-wave, ma invece furoreggia una chitarra alternative appena un po’ retrò, su un sostrato ritmico fondato su effetti elettronici, una batteria forse virtuale, e su un basso spugnoso e deep su cui si avanza con passo subdolo stringendosi il sospensorio leopardato e andando in cerca di prede da spennare nel sottobosco delle discoteche rock malfamate. In questo scenario la voce accusa un malore di dipendenza da dimenticati orizzonti limpidi e si affanna a rispondere grintosamente colpo su colpo alle angherìe di chi fa pesare la sua artiglieria pesante o il gioco sporco di qualche prostituta in maschera. Anche qui, l’influenza di Buckley o di altri interpreti meno nobili dell’hard rock blueseggiante sembra evidente, ma d’altra parte è faticoso da giovani digerire o tanto meno “impedire che l’amore buono vada a male” (J. Buckley). “Se” è una tenue ballata blues pizzicata pigramente dalla chitarra andante, cristallino cuscino di un pomeriggio domenicale impigrito a causa degli inciampi sulla pista; il canto si solleva e poi riscende sull’onda disuguale di tanti piccoli colpi di reni; l’armonica a bocca si fa sentire col tono di un proponimento saggio anche se un po’ intristito da “qualche livido”. Ma ce lo dicono, che “la vita non è tutta rose e fiori”. Anche le tecniche di registrazione sono un po’ così. Carlo Senna, che nasce come pianista classico, in “North of the border” si affaccia sul genere elegiaco, offrendo alla sua voce un effetto ambientale che conferisce al brano un respiro atmosferico ampio e universale, nel suo romanticismo evocativo perso in uno sguardo lontano, oltre le alte scogliere, in contemplazione di un rimpianto che arriva in ondate originate chissà da quale struggente spiegazzamento dell’anima, che con i vocalizzi a tre quarti del brano sembra sventolare come un drappo pietoso sulle razionalizzazioni faticose del disperato cantore. Quella di Carlo Senna è una personalità sfaccettata con interessanti potenzialità, ma che probabilmente deve darsi una definizione più univoca, anche se certo questa ricchezza d’ispirazione dovrebbe essere un patrimonio, non un ostacolo.

X-AphroditeGli X-Aphrodite sono forse osservatori del maggiore Stryker e sono andati a scovare per lui forse in un villaggio della Tessaglia isolato da secoli, una X-woman bambolona che loro definiscono una dea, e che non è altro (e niente di meno) se non la reincarnazione mutante di Afrodite, e peraltro isterica fan degli Aphro-dite’s Child di Demis Roussos e Vangelis, da lei considerati suoi figli (visto il nome) molto prematuri, visto che quando si sciolsero come gruppo, nel 1970, non era ancora nata! “Justice” non narra la lotta di Wolve-rine col ministro Alfano, ma non manca di epicità: si origina dalla trepidante epifania d’un ritmo andante che suggerisce fragilità autunnali, ma la massa strumentale si impingua pur restando tremula, e una traccia vo-cale intimista con una notevole espressività su queste tonalità basse vi proietta sopra il suo verbo, e poi si solleva in declamazioni più apertamente gridate, ponendo la sua personalità a cavallo di una giustamente irsuta declinazione chitarristica indie che sfida tempeste di vento e cieli corruschi. Poi il rallentamento, il lirismo, lo svettare non preponderante di toni elettronici di una preziosa tastiera, l’intermezzo oscuro del riff suonato dal basso profondo, ed il digradare classicheggiante e fluido di un piano in avanzamento verso una nuova accorata invocazione a sfere superiori di giudizio, in cui un controcanto con discrezione si aggiungerà prima del finale arroventato nella solennità. “Natural Revenge” attacca senza alcuna intro, ma si avvale di un contrappunto elucubrato, su una sezione ritmica impegnata in un preciso galoppo, la voce sembra impe-gnata nel rimpianto di ciò che Madre Natura poteva offrire prima che venisse pesantemente insultata; la vo-ce sembra quella di un supremo narratore onnisciente hard rock di terza generazione, intento a sfogliare pagine magniloquenti della mitologia col giusto dosaggio dei codici miniati, ed infatti gli stop preludono alla toccante divagazione pianistica ed infine la chitarra solista in sovrapposizione lancia un tema melodico do-lente che diventa lancinante ossessione nel finale catastrofista ma meditato. “No Name” ha una germina-zione pianistica con un accordo ripetuto, ma poi la tecnica prorompe nel solfeggio comunicativo, struggente, e la malinconia trova voce in un falsetto incline al patetismo; il piano e la solo guitar si impastano, poi è il pri-mo a prevalere nell’insieme, con i toni sommessi forse di chi non sa come esprimere il disagio di un’identità negata, e infine lo fa piangendo lo sfaldamento delle piattaforme di solidarietà sociale ed il potenziamento di frigide reti neurali telematiche. “O’clock” si evolve da una progressione pianistica di brillante densità che si spinge fin dove uno spiegamento chitarristico erige un muro perimetrale di suono indie attorno ad un labirinto di orologi che si inceppano a vicenda segnando sempre una asettica ora esatta, tortura rombante e ruvida per l’aspirante Teseo, impigliato in una maglia percussiva stretta e originale nel primo inciso, da cui la voce si svincola per proseguire all’esterno, cercando a tentoni una traccia che non sia un’allucinante trappola; la svolta si replica ad un secondo inciso, in cui gli appigli si rivelano spuntoni affilati da cui guardarsi in un tempo esistenziale che non consente deviazioni anomale da percorsi prestabiliti insensati, lungo i quali non dovrebbe guidarci una Arianna stregonesca e traditrice, ma solo la tecnica strumentale che sostiene infatti gli X-Aphrodite nella loro ricerca di possenti atmosfere in cui l’incessante lavorìo della mente si fa brulichìo metafisico e sensitivo.

Violet Kiss, o LE Violet Kiss, se accettiamo di considerare anche il barbuto batterista come una fatalona, visto il Violet Kissreggiseno portato schiacciato sulla maglietta bianca, nei live, ed il vestitino primaverile giallo a pois bianchi strizzato attorno al suo busto possente da generale dei Nani del Signore degli Anelli, sono un gruppo implosivo, che segna un traumatico passo all’indentro rispetto all’involuzione del trash più genuino e diso-rientante proponendo un quadriumvirato di assatanate rock star da carro carnascialesco newyorkese, essen-do un gruppo tutto – vabbè, d’accordo: quasi tutto – al femminile, e che perciò si va ad inserire a spintoni nella scia di formazioni come le
Kleenex, le Bodysnatchers, o le Go-Go's di Belinda Carlisle o le nostrane e contem-poranee Mia Wallace, già recensite nel 2009 in questa rubrica. La loro missione ideologico-musicale – lo si capisce subito – è l’insubordinazione alle regole fissate dal maschio e da tutta una società compunta, ipo-crita e perbenista che prescrive il buon senso della trombata e il petting come unica alternativa alla santa procreazione e poi nelle cabine elettorali vota in massa per il Fallocrate Crepuscolare, il Cavaliere delle Pu-ledre Prezzolate. Ma attenzione: pare che Sabina Ciuffini, sì, proprio l’ex valletta di Mike Bongiorno si sia messa a capo dell’ennesimo movimento di protesta in rosa ed abbia dichiarato che servono anche le “stron-ze”, le “ninfomani” rubamariti e le “zoccole”. E allora giù il cappello dinanzi alla capacità d’urto… urticante delle Violet Kiss, che cantano infatti “Sono una tro…ta”!         Il riff di base è allarmante, da paranoica catatonica che cerca residue energie per dar fuoco a casa pensando che sia l’Istituto di Igiene Mentale; il cantato offre a questa mente vagante una voce da riot-girl appunto un po’ sedata, ed il corpo della vocalist si immola sull’altare dell’esibizionismo pur mantenendo una dignità da superdonna un po’ in carne, delusa, avvelenata e graffiante, che esponendosi in prima persona mostra come non solo la musica ma anche il messaggio e la carnalità siano appetibili, a patto che anche lei, come la Ciuffini, non vada tanto per il sottile e si lasci palpare anche dai mezzi tossici diseredati ma simpatici (intendiamo per tossici quelli che hanno rimasugli di tosse invernale). Non si sa se è così davvero, dipende da quanto spazio ha la fiction nella loro rappresentazione di sé. Le strofe comunque fluiscono giù dal palco come il contenuto d’una flebo per una smargiassa in coma, e la rabbia però non s’arrende, forte d’un impatto non solo scenico che fa forza sull’intreccio volutamente ignobile delle chitarre, di cui una si arroventa nelle distorsioni come se fossero stupri simulati, mentre la vocalist si lascia cadere live sul palco e suona sdraiata con le calze rotte però – fascino delle contraddizioni – sistemandosi l’orlo della gonna, lì al PalaRockness! L’urlo tronco ricorrente “Sono una tro...!” è lanciato all’unisono dalle tre, con una tonalità più alta, ad indicare l’isteria che sostiene questa loro forte conno-tazione, a cui il batterista corrisponde picchiando non le sue compagne (uomo fortunato!) ma i tamburi, con soda e costante energia. Questo è grunge alternative in tono ascendente (grazie anche all’overdrive mon-tato sulla chitarra della leader), che scatena gli istinti d’indipendenza femminile più bassi portandoli ad un estremo in cui la virulenza degli ormoni torna a danneggiare il sistema limbico fino all’orgasmo schizofrenico multiplo del finale, in cui la distorsione si sciorina in territori mentali dove il battito percussivo cardiaco si fa irregolare fino a fermarsi, svenuto. “E chissenefrega” – penseranno le tre bizzose – “non voglio schiattare da casalinga, ma fare la superfiga pazza!” In “Welcome to hell, sister”, la loro virulenza spacca il limite del l’hard core e si avvita come un trapano sozzo contro la gola di una “sorella” falsa che ha fatto qualche servizio “fuorilegge” al ragazzo sbagliato, immaginiamo. In un ambiente cupo, l’ossessività minacciosa del canto sfrontatamente privo di orpelli estetici della vocalist insegue un orrore emotivo nel clangore organizzato che si srotola asfaltandosi nell’andamento macinato e intriso delle voci che invocano all’unisono un sabba ven-dicativo in strofe alla varecchina. “The fake” è un sommovimento acido e guasto degli attributi femminili, che si scaldano rivendicando con la solita voce provocatoriamente aspra e grezza della vocalist, la loro au-tenticità certo non perfettina (!) a confronto con la falsità delle risorse siliconate ed autoesplodenti delle gal-line quarantenni di successo, spesso accompagnate da altrettanto fasulle “recensioni” ufficiali di mariti di copertura. Altri titoli? “Sucked love”, “Girotondo”, sempre proposte con testi sarcastici (più che depressi co-me nel grunge tipico), backing vocals da arpie attorno al truce innervamento erotico-sonoro da pupazza mezza goth a cui, complici sempre i godibili stridii da pipistrello drogato delle chitarre distorte e bruciate e l’ansia del basso puntuale, anche una più canonica bellezza futuribile e “ultra-liberata” come Barbarella dovrebbe inchinarsi per ricevere le scudisciate sulle gambe. Quelle della front-woman Giulia sono finto-bur-rose, in realtà solide come quelle di un capomastro lillipuziano, e anche potenzialmente avvinghianti, se non altro nel senso dell’attrattiva scenica, perciò hanno lo spirito giusto ed un appeal unico che fa esclamare ai suoi molti fans su You Tube: “Caspita, She rocks!”.

il7 – Marco Settembre


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