Lunedì, 04 Giugno 2012 11:34

La provocazione dei Camera tra “Favole e Apocalissi”

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La provocazione dei Camera tra “Favole e Apocalissi” Foto di Davide Di Santo
Il sorriso diventa amaro man mano che il concetto si dipana, finzione e intensità camminano a braccetto. Cullano e percuotono i Camera, band campana alle prese con il primo lavoro discografico presentato lo scorso 18 maggio al Rising Love.



Prodotto da Etérnit, in collaborazione con MArteLabel, mixato e masterizzato negli Usa da Mark Kramer (Shockabilly, The Fugs, collaboratore di Jhon Zorn, oltre che produttore di Will Oldham, Urge Overkill, Galaxy 500), Favole e Apocalissi si colloca sicuramente tra le più frizzanti novità nell’ambito della scena strumentale. Sul palco non si suona soltanto, il concerto diventa una performance multi artistica, in bilico tra reale, immaginario e 1sarcastico.
Ad anticipare il concerto dei Camera è la performance del pianista Antonio Arcieri con le originali invenzioni e rielaborazioni della sua Musica a Scrigno e un estratto dello spettacolo Verso un Lago dei Cigni (musica dei Camera) con cui gli attori Lucia Bianchi, Eduardo Ricciardelli e Pasquale Passaretti hanno contribuito a fare della serata un calderone creativo dalle diversissime sfaccettature percettive. E quando la palla passa definitivamente ai tre musicisti (Agostino Pagliaro, Davide Maria Viola e Marco Pagliaro) la strada si fa sempre più in salita: una raffinatezza che passa da momenti estremamente morbidi a quelli di più efferata energia. Nella sezione ritmica irrompono le percussioni, il violoncello si inacidisce, si inseriscono le parole dell’attore e regista teatrale Luigi Morra per definire (o sbiadire) l’immagine, subentrano banjo, drum machine ed elettronica. Come fosse un rock venato di poesia. Durante l’anteprima nella loro città, presso l’associazione artistico-culturale “On Art” di Mondragone, abbiamo chiesto ai Camera di raccontarci il loro lavoro…

Come nasce il progetto dei Camera?
Luigi Morra
: Il progetto è nato intorno al 2008. Io, Agostino Pagliaro, Davide Maria Viola e Marco Pagliaro lavoravamo già insieme a progetti artistici ad ampio raggio. Loro hanno messo su questo trio di violoncello, basso e batteria e ci siamo incontrati su delle idee che potessero unire in qualche modo la musica alle arti performative, al teatro soprattutto, e quindi costruire dei concerti in cui potessero entrare delle dinamiche teatrali, in cui far incontrare i due linguaggi. Da regista teatrale la mia idea era quella di lavorare sul musicista come già lavoro con gli attori: quello che si racconta attraverso lo strumento è quello che può raccontare un attore durante la sua esibizione.

Come si sviluppa il vostro lavoro creativo?
LM
: Ci muoviamo su due binari che quasi sempre si incontrano, loro sul piano musicale e io sul piano dell’ideazione scenica della performance. Spesso ci incontriamo con altri artisti con cui costruiamo performance che portiamo in scena, poi i risultati musicali li portiamo in studio. E’ successo così con il disco “Favole e Apocalissi”, prodotto in collaborazione con MArteLabel, una selezione di 5 brani, riarrangiati, legati alle cose fatte negli ultimi anni. Abbiamo avuto poi la fortuna di essere apprezzati da Kramer. Il disco cammina di per sé, è soprattutto musica che rievoca il perché è stata concepita.
Agostino Pagliaro: Sono pezzi che nascono con la funzionalità di intervenire in ambiti teatrali. Ad esempio “Non mi devi toccare” (tema dello spettacolo teatrale “Barbablù” di Pino Carbone), o “Le Stanze di Barbablù” sono state scritte e composte per quello spettacolo. Siccome poi abbiamo collezionato un bel po’ di lavori collaborando in situazioni teatrali abbiamo deciso di fare questa antologia delle cose fatte negli ultimi anni. E’ venuto fuori un disco che, per quanto i concerti siano vere performance, è ascoltabile e ha tanti spunti.
Marco Pagliaro: Poi siamo in via evolutiva, stiamo cercando di capire cosa siamo, e questo è uno dei tratti distintivi del progetto. Io suono, partecipo moralmente e materialmente, ma non sempre riesco a capire quello che stiamo facendo, quindi non sempre è facile trasferire quello che stiamo facendo anche all’esterno. Ma questi sono sempre spunti per nuove cose: uno tenta di capire sé stesso all’interno di un progetto e, apportando nuove idee, non fa altro che migliorarlo.
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Com’è avvenuto l’incontro con Mark Kramer?
LM
: Si trovava in Italia perché stava lavorando già ad un progetto con Agostino Pagliaro (The Orange Beach, ndr), lo abbiamo invitato ad un concerto ed è rimasto subito incuriosito. L’anno dopo, quando pensavamo di realizzare il disco, lui si è dimostrato subito entusiasta della cosa. Quindi abbiamo mandato il disco in America, lui si è occupato del missaggio e del mastering, l’abbiamo poi confezionato in Italia e… oggi sta qua!

Il risultato musicale, anche a livello percettivo, è molto particolare. Ce lo spiegate?
MP
: Il progetto è molto camaleontico soprattutto nei live, concepiti come vere e proprie performance: nei live non sempre sentirai quello che c’è nel disco, i brani sono riarrangiati, aggiungiamo strumenti…
Davide Maria Viola: L’eterogeneità dei brani è generato principalmente da due elementi: da una parte le dissonanze che creano una sorta di tensione, e dall’altra da qualcosa di fiabesco che si accosta al tragicomico. Per esempio, l’utilizzo di una tastierina da quattro soldi, la drum machine… questo dualismo è coeso con ritmiche scomposte, ossessive, mitraglianti…
MP: Dall’esterno, come ascoltatore dei Camera, alcuni pezzi mi evocano inconsciamente concetti primitivi, spontaneità, ignoranza… E’ come vedere un muratore che sbatte sulla grancassa!
LM: Sicuramente non è un lavoro che sta nel cervello, è il risultato a cui siamo arrivati, non c’è un’idea di partenza.
AP: Alcuni pezzi hanno una estetica particolare. Come “Tragedia di un Manichino da Crash Test”, poi diventata una performance che abbiamo fatto al Palazzo delle Arti di Napoli, è un lavoro particolare sull’uomo medio rapportato all’estetica e alla realtà dei nostri territori. In alcuni pezzi, a livello armonico e melodico, riecheggiano la tradizione mediterraneo-partenopea ma che poi vengono reinterpretati con la spontaneità del rock.

E’ difficile anche catalogarvi esattamente nel rock…9
AP
: E’ difficile proprio catalogarci! Una volta ci definirono jazz-mediterraneo, soft-progressive… (ridono, ndr)
DMV: Il violoncello crea una sorta di ambiguità, anche il nome Camera può far pensare a musica da camera, poi siamo un trio, si pensa a qualcosa di accostabile al jazz…
MP: Ma non è nemmeno concettualmente jazz!

Dunque cos’è Camera?
MP
: Camera sta per qualcosa di neutro, di chiuso
DMV: E’ anche una provocazione…
AP: La scelta di fare determinate cose sono provocazioni: la scelta di avvalerci di melodie tragiche, in qualche modo, però suonate con la tastierine ne è un esempio.
DMV: Melodie fasulle da una parte ed estremamente tragiche dall’altra! Armonie lavorate in modo molto dettagliato ma poi fatte, appunto, su una tastierina da tre soldi. (con due gambe sotto, poi! ndr).

Emiliana Pistillo
Foto di Davide Di Santo


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